Viaggio nel Liberland: quando la libertà diventa un esperimento politico

Cosa accadrebbe se fosse possibile fondare uno Stato da zero? Senza una burocrazia consolidata, con una tassazione ridotta al minimo e con la libertà individuale elevata a principio fondamentale dell’intero ordinamento?
È da una vicenda apparentemente improbabile che prende forma Viaggio nel Liberland di Timothée Demeillers e Grégoire Osoha, pubblicato in Italia da Keller Editore nella traduzione di Anna Spadolini. Un reportage che parte da una piccola porzione di territorio lungo il Danubio, tra Croazia e Serbia, per interrogarsi su questioni molto più ampie: il ruolo dello Stato, i confini della libertà individuale, la proprietà privata, il rapporto tra denaro e potere e, in definitiva, ciò che rende davvero una comunità uno Stato.
La storia comincia nel 2015, quando il politico ceco Vít Jedlička proclama la nascita della Libera Repubblica di Liberland su Gornja Siga, una piccola area interessata dalle conseguenze della controversia di confine tra Serbia e Croazia. Jedlička vede in quel territorio l’occasione per realizzare concretamente un progetto libertariano: uno Stato estremamente leggero, fondato sulla proprietà privata, sulla libertà economica e su un intervento pubblico ridotto ai minimi termini.
Potrebbe sembrare il soggetto di un romanzo satirico. E invece è proprio la natura reale della vicenda a renderla affascinante.
Demeillers e Osoha arrivano al Liberland quasi per caso. Conoscono bene i Balcani e hanno lavorato insieme nella regione realizzando documentari sulle divisioni identitarie di Vukovar e del Kosovo. Mentre si trovano nell’ex Jugoslavia per approfondire ancora una volta le conseguenze dei nazionalismi, incontrano questa nuova e paradossale frontiera: nel cuore di una regione segnata per decenni dalla lotta per il territorio e dall’identità nazionale, qualcuno sta cercando di inventare una nuova nazione.
Da qui il reportage si allarga.
Il Liberland non coincide infatti soltanto con pochi chilometri quadrati sulle rive del Danubio. Intorno all’idea di Jedlička si raccoglie una comunità internazionale composta da libertari, imprenditori, appassionati di criptovalute, investitori e personaggi difficilmente classificabili. Alcuni vedono nel progetto un autentico laboratorio politico; altri un’opportunità economica; altri ancora sembrano attratti semplicemente dalla possibilità di partecipare alla fondazione di qualcosa che pretende di essere uno Stato.
Ed è probabilmente qui che Viaggio nel Liberland trova la sua parte più riuscita.
Demeillers e Osoha osservano questo universo mantenendo una distanza che permette al racconto di oscillare continuamente tra serio e grottesco. La materia si presta facilmente alla caricatura: presidenti autoproclamati, diplomazie parallele, criptovalute, aspiranti cittadini e conferenze internazionali potrebbero trasformare tutto in una commedia. Gli autori, però, utilizzano l’assurdità della situazione per arrivare alle domande politiche che stanno sotto la superficie. Anche la critica francese ha sottolineato questa capacità del libro di combinare la dimensione quasi rocambolesca dell’avventura con questioni politico-economiche molto più profonde.
La più importante riguarda naturalmente la libertà.
Il libertarianismo che ispira il Liberland immagina individui il più possibile indipendenti dallo Stato, liberi di disporre della propria persona e delle proprie proprietà senza interferenze esterne. Ma cosa succede quando migliaia di libertà individuali devono convivere?
È il paradosso che attraversa l’intero progetto. Gli stessi autori, parlando della loro indagine, sottolineano la tensione tra il rifiuto delle regole imposte dall’esterno e la necessità di costruire comunque un’avventura collettiva. Se ogni spazio viene privatizzato, persino una libertà elementare come quella di muoversi può finire per dipendere dalla volontà del proprietario del terreno che bisogna attraversare.
Liberland diventa così un esperimento mentale prima ancora che territoriale.
Quanto Stato possiamo eliminare prima di essere costretti a ricostruirlo?
Come si garantiscono sicurezza, giustizia, infrastrutture e diritti senza un’autorità collettiva?
E soprattutto: una società può essere fondata soltanto sulla libertà individuale e sulla proprietà?
Sono interrogativi che permettono al libro di superare ampiamente la curiosità della micronazione.
C’è poi un secondo aspetto particolarmente contemporaneo. Il Liberland sembra esistere spesso più efficacemente come racconto che come territorio. Il progetto vive attraverso internet, comunicazione, conferenze, criptovalute, candidature alla cittadinanza e riconoscimenti simbolici. La costruzione dello Stato assume così alcune caratteristiche della costruzione di un brand o di una startup: prima viene definita la comunità, poi si cerca di dare consistenza fisica alla promessa. È una delle intuizioni più interessanti che emergono dalla vicenda raccontata da Demeillers e Osoha.
Lo stile contribuisce molto alla riuscita dell’operazione. L’esperienza giornalistica di Osoha incontra quella narrativa di Demeillers e produce una non-fiction che cerca continuamente un equilibrio tra indagine e racconto. Gli stessi autori hanno spiegato come la scrittura a quattro mani abbia richiesto di conciliare approcci differenti, quello del giornalista e quello del romanziere. Il risultato è stato apprezzato dalla critica francese proprio per la capacità di mantenere insieme precisione dell’inchiesta, leggibilità e qualità letteraria.
Il rischio, inevitabile per un libro di questo tipo, è che alcuni dei personaggi e delle situazioni raccontate finiscano per essere più memorabili dell’analisi politica che li circonda. La componente farsesca del progetto è talmente forte da poter talvolta oscurare la complessità del pensiero libertariano che il Liberland pretende di incarnare. Ma è anche questa ambiguità a rendere il reportage efficace: mentre si sorride davanti all’improbabilità di alcune vicende, ci si accorge progressivamente che le idee dietro quelle vicende appartengono pienamente al nostro presente.
Viaggio nel Liberland è quindi molto più di un libro su una micronazione.
È un reportage sui limiti dell’utopia libertariana, ma anche sulla crescente difficoltà di definire concetti che sembravano acquisiti: Stato, cittadinanza, territorio, denaro e sovranità.
Alla fine, la domanda più interessante non è se il Liberland riuscirà mai a diventare un vero Stato.
È capire cosa ci racconti il fatto che, nel XXI secolo, migliaia di persone possano desiderare che lo diventi.
Ed è proprio in quella domanda che un’avventura apparentemente marginale sulle rive del Danubio smette di essere una curiosità geopolitica e diventa un piccolo, sorprendente osservatorio sulle contraddizioni del nostro tempo.




