La Fifa vuole privatizzare il Mondiale (passando per la famiglia Trump)
Una pioggia di critiche è caduta sul presidente della Fifa, Gianni Infantino, dopo l’annuncio di un piano che punta a vendere delle quote dei Mondiali di calcio a investitori privati, capitanati dalla famiglia Trump. Si tratterebbe di una vera rivoluzione, che sposterebbe sempre più gli interessi dell’istituzione calcistica internazionale dallo sport alla sua monetizzazione.
Il piano di Infantino & co. prevede la nascita di una nuova società, che si chiamerà Fifa Forward Enterprise (Ffe) e che raggrupperà tutte le attività commerciali connesse agli eventi sportivi mondiali, grazie alla vendita del 20% delle azioni della Fifa. Il dichiarato obiettivo è di raccogliere fino a 4,2 miliardi di dollari nel corso dell’anno. Eppure la Fifa, un organismo che governa il calcio mondiale riunendo 211 federazioni nazionali, è un’associazione senza scopo di lucro, i cui ricavi non vengono distribuiti a soci o azionisti, ma reinvestiti nello sviluppo del gioco calcistico. Le critiche più dure a questa volontà di privatizzazione provengono, infatti, da un altro organismo, la Uefa, che riunisce le nazionali europee ed è gestito secondo le stesse logiche del no-profit. Secondo quest’ultima, le proposte avanzate da Infantino “superano ogni limite che le istituzioni che governano il calcio non dovrebbero oltrepassare”, poiché “l’anima e la governance del calcio non sono beni da svendere, soprattutto in assenza di trasparenza su chi ne tragga profitto finanziario”. A seguire le operazioni della nuova società sarà la JP Morgan, mentre il gruppo di investitori privati sarà guidato da Joshua Kushner, fratello del genero del presidente Usa Donald Trump.
Dopo gli ultimi Mondiali di calcio in Usa, Canada e Messico il legame tra il presidente della Fifa e quello degli Stati Uniti d’America è divenuto sempre più manifesto. Già a dicembre dello scorso anno diverse critiche sulla mancata neutralità politica della federazione avevano riguardato Infantino, dopo aver consegnato a Donald Trump il primo “premio per la pace” della Fifa. Le accuse si erano aggravate durante la Coppa del Mondo 2026, quando la commissione disciplinare aveva revocato la squalifica di un giocatore statunitense sotto le pressioni della Casa Bianca. Proprio il recente mondiale, inoltre, tra le introduzioni dell’hydration break a favore degli sponsor e delle performances di cantanti di fama internazionale durante gli intervalli, ha mostrato ancor di più una tendenza verso eventi sportivi sul modello statunitense, fatto di spettacoli, pubblicità e ricavi economici. Contro questo punto si è scagliato il commissario europeo allo Sport, Glen Micallef affermando che “qui non siamo nel baseball. La Coppa del Mondo rimane il più grande torneo sportivo del pianeta, nonostante la Fifa sfrutti ogni opportunità commerciale”, ed evidenziando i conflitti di interesse che potrebbero sorgere quando “i poteri normativi della Fifa si allineano con gli interessi finanziari di entità private”.
Infantino cerca di placare gli animi e assicura che i nuovi soci, ottenendo il 20% delle quote, resteranno una minoranza, senza alcun ruolo operativo all’interno del gioco calcistico, poiché si occuperanno esclusivamente delle attività commerciali e dell’organizzazioni di eventi della Federazione. Tuttavia, il rischio di ingerenze maggiori da parte di privati legati oltretutto all’amministrazione dell’attuale presidente Usa non possono che preoccupare le associazioni che puntano a mettere in primo piano lo sport. Ovviamente, proventi e versamenti straordinari sono stati promessi dalla Fifa alle nazionali, per convincerle a sposare questo nuovo progetto. “Nessuno di noi è il proprietario del calcio. Non spetta alla Fifa venderlo”, tuona la Uefa, che, da questo progetto può scorgere dei rischi concreti, oltre alla svendita dei valori sportivi in nome del business. L’associazione sportiva europea, infatti, potrebbe essere sempre più schiacciata dalla rinnovata Fifa se quest’ultima, spinta da logiche commerciali, scegliesse di ampliare sempre di più il calendario delle dispute internazionali, finendo per intasarlo a discapito degli incontri europei. Già per l’allargamento del Mondiale, alcune leghe europee avevano fatto causa alla Fifa, rea di aver sovraffollato il calendario “fino al punto di rottura”.




