Mondiali 2026, quanto sono costati davvero? Dietro il torneo più ricco della storia
Quando si parla dei Mondiali di calcio si pensa subito alle partite, ai campioni e allo spettacolo. In realtà, dietro l’edizione 2026 c’è un’enorme macchina finanziaria che coinvolge televisioni, sponsor, turismo e infrastrutture, e che vale decine di miliardi di dollari. Mai come quest’anno il torneo ha raggiunto dimensioni così grandi: per la prima volta partecipano 48 nazionali, si disputano 104 partite in 16 città, e l’organizzazione è condivisa tra Stati Uniti, Canada e Messico. Un’espansione che ha inevitabilmente fatto lievitare anche i costi, rendendo l’edizione 2026 un vero caso di studio nell’intreccio fra pallone ed economia.
Partiamo dai numeri della FIFA. Nel quadriennio 2023-2026, che si chiude proprio con questa rassegna, l’organismo con sede a Zurigo dovrebbe incassare complessivamente attorno ai 14 miliardi di dollari, con la sola Coppa del Mondo capace di generare circa 11,5 miliardi: quasi il doppio rispetto al ciclo precedente, e superiore persino ai circa 7,6 miliardi raccolti dal Comitato Olimpico Internazionale nello stesso arco di tempo con i Giochi di Parigi 2024. A trainare questa crescita sono soprattutto i diritti televisivi, che restano la voce più pesante, seguiti dagli accordi commerciali con gli sponsor e dalla vendita di biglietti e pacchetti hospitality, favoriti anche da stadi più capienti e da una domanda elevatissima per le sfide più attese.
Il giro d’affari legato all’evento, però, è ancora più ampio se si guarda oltre i conti della sola federazione. Secondo le stime più accreditate, il valore complessivo del Mondiale supera i 13 miliardi di dollari — una cifra distinta dai ricavi specifici della FIFA, e che comprende sia le spese organizzative sia l’enorme indotto generato da viaggi, ospitalità e consumi nei tre Paesi ospitanti. Circa 6,5 miliardi riguardano la parte organizzativa vera e propria, mentre il resto deriva dalla spesa turistica di milioni di tifosi in movimento fra Stati Uniti, Canada e Messico. Gli alberghi assorbono la fetta più consistente di questa domanda, seguiti dai voli e da tutto ciò che ruota attorno alla ricettività: ristorazione, trasporti locali, retail, intrattenimento. Segno che un Mondiale, ormai, non si misura più soltanto in biglietti staccati allo stadio, ma in una catena lunghissima di consumi che tocca settori molto lontani dal campo da gioco.
Non bisogna poi dimenticare i benefici per chi partecipa in campo. Il montepremi complessivo destinato alle 48 nazionali è stato portato a quasi 900 milioni di dollari, con un minimo garantito superiore ai 12 milioni per ogni federazione già alla fase a gironi. Chi alzerà il trofeo il 19 luglio a New York porterà a casa un assegno da 50 milioni di dollari, quasi il 20% in più rispetto a quanto incassato dall’Argentina campione in Qatar.
Resta però un tema che gli osservatori più prudenti sollevano sempre più spesso: chi sostenga davvero questi costi e chi ne tragga i maggiori benefici. Molte amministrazioni locali hanno dovuto affrontare investimenti significativi per sicurezza, mobilità e adeguamento degli impianti sportivi, con costi in alcuni casi lievitati rispetto alle stime iniziali proprio per rispettare gli standard richiesti dalla FIFA. Le stesse analisi ricordano che simili proiezioni economiche non tengono conto dei costi-opportunità, cioè di come quelle risorse pubbliche avrebbero potuto essere impiegate altrove, né garantiscono che l’eredità dell’evento si traduca in benefici duraturi per le città ospitanti. A fronte di questo, è soprattutto la FIFA a registrare ricavi senza precedenti grazie a diritti televisivi, sponsorizzazioni e accordi commerciali.
Il calcio moderno, insomma, è sempre meno soltanto uno sport. I Mondiali sono ormai un evento globale capace di muovere miliardi di dollari e di coinvolgere interi settori economici: il pallone resta il protagonista, ma attorno a ogni partita ruota un business internazionale che nel 2026 ha raggiunto livelli mai visti prima, e che si candida già a essere ricordato come il più redditizio nella storia della competizione.




