Pensioni sempre più lontane: l’Italia lavora fino a quasi 65 anni
Per andare in pensione bisogna lavorare sempre più a lungo. È la fotografia scattata dall’ultimo Rapporto annuale dell’INPS, presentato alla Camera il 9 luglio, che conferma una tendenza ormai consolidata: l’età media di uscita dal lavoro continua ad aumentare e, per chi oggi è all’inizio della carriera, il traguardo pensionistico rischia di allontanarsi ancora nei prossimi decenni.
Nel 2025 l’età media di pensionamento si è attestata a 64 anni e 7 mesi, in lieve aumento rispetto ai 64 anni e 5 mesi del 2024. Se il confronto viene esteso al 2012, quando l’uscita dal lavoro avveniva mediamente a 61 anni e 7 mesi, l’incremento supera i tre anni. Ancora più marcata la differenza tra i lavoratori dipendenti del settore privato: rispetto al 1995, l’età media è cresciuta di oltre sette anni.
A incidere sono diversi fattori. L’aumento della speranza di vita comporta infatti l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici previsto dal sistema previdenziale, mentre negli ultimi anni si sono progressivamente ridotti gli spazi per il pensionamento anticipato, anche con il superamento delle versioni più favorevoli di strumenti come Quota 103 e Opzione Donna. Nel 2025 le pensioni liquidate sono state circa un milione e mezzo, quasi il 2% in meno rispetto all’anno precedente, con una diminuzione che ha riguardato soprattutto le pensioni anticipate.
Il 2026 sarà un anno di transizione, ma dal 2027 entreranno in vigore i nuovi adeguamenti legati alla speranza di vita. La pensione di vecchiaia passerà a 67 anni e un mese, per poi arrivare a 67 anni e tre mesi nel 2028. Anche per la pensione anticipata aumenteranno i requisiti contributivi, arrivando a sfiorare i 43 anni per gli uomini e i 42 anni per le donne. Fino alla fine dell’anno resta confermata l’Ape sociale, mentre il governo sta valutando possibili interventi per attenuare gli effetti degli adeguamenti automatici, tra cui un congelamento parziale per le professioni più gravose oppure una riduzione dell’incremento previsto da tre mesi a uno.
Sul tema è intervenuta anche la ministra del Lavoro Marina Calderone, che ha collegato la questione non solo ai meccanismi contributivi ma anche al concetto di invecchiamento attivo. «Nel sistema contributivo l’aumento dell’età pensionabile è collegato strettamente a quella che è la speranza di vita. Più aumenta la speranza di vita più c’è l’adeguamento. Io credo che il tema sia da legare, invece, all’invecchiamento attivo della popolazione, cioè chi vuol lavorare deve poter essere nelle condizioni di poter lavorare. L’importante è avere attenzione e sensibilità nei confronti di tutte quelle attività lavorative che possiamo considerare faticose e usuranti. Su questo credo sia utile aprire una riflessione generale anche per ragionare sulla gravosità connessa ad attività che non sono contemplate nelle vecchie norme che guardavano a un mondo del lavoro diverso.»
Anche gli importi delle pensioni evidenziano differenze significative. Gli assegni più elevati sono quelli delle pensioni anticipate, che superano in media i 2.160 euro mensili, mentre le pensioni di vecchiaia si fermano poco sopra i mille euro.
Resta però il divario di genere. Pur rappresentando la maggioranza dei pensionati italiani, le donne percepiscono assegni mediamente inferiori di circa un terzo rispetto agli uomini, un effetto che riflette carriere lavorative più discontinue e livelli retributivi storicamente più bassi.
Nel Rapporto l’INPS individua anche alcune possibili leve per ridurre questo squilibrio. Gli incentivi economici diretti alle famiglie, come l’assegno unico, possono sostenere la natalità ma, se non accompagnati da altre politiche, rischiano di favorire l’uscita delle madri dal mercato del lavoro. Al contrario, strumenti come il bonus asili nido e soprattutto lo smart working, secondo le stime dell’Istituto, contribuiscono a limitare la penalizzazione di carriera legata alla maternità, con effetti positivi anche sul futuro percorso previdenziale.
Il Rapporto conferma quindi un sistema pensionistico sempre più orientato alla sostenibilità finanziaria e strettamente legato all’andamento demografico del Paese. Restano però aperte le questioni dell’equità tra generazioni e del divario tra uomini e donne, temi che saranno inevitabilmente al centro del confronto politico in vista della prossima legge di bilancio.




