De rerum scriptura
Potrebbe arrivare un momento, nella vita di ogni lettore, in cui si smette di chiedersi perché si leggono i libri e si comincia a domandarsi perché qualcuno li scriva. La domanda è lecita. Alessandro Piperno, che di libri ne ha scritti abbastanza da potersi permettere di interrogarsi sul proprio mestiere, prova a rispondere in queste cinque lezioni raccolte sotto il titolo Ogni maledetta mattina e già il titolo la dice lunga: non la mattina ispirata, non l’alba della creazione, ma quella maledetta, quella che si affronta con la stessa disposizione d’animo con la quale ci si mette in macchina per andare dal dentista.
Piperno insegna letteratura francese a Tor Vergata, il che gli conferisce una certa autorevolezza accademica che lui dosa con sapienza: quanto basta per citare con proprietà Flaubert, Proust, Kafka, Woolf, Bernhard, Fitzgerald, Capote, Montaigne, quanto basta per non annoiare. Anzi, per fare qualcosa di più: per far venire voglia di leggere o rileggerne buona parte con uno sguardo diverso.
Le cinque ragioni che strutturano il libro sono ambizione, odio, responsabilità, piacere, conoscenza. Ciascuna diventa un capitolo, ciascuna trova i propri testimoni d’eccezione tra i grandi della letteratura occidentale e non solo. L’ambizione è quella di chi scrive per esistere agli occhi degli altri, per sopravvivere al giudizio dei posteri, Woolf e Cheever che nei diari si lamentano di non ricevere abbastanza lodi, l’amor proprio che si traveste da vocazione. L’odio è il motore di Flaubert e di Céline, che mettevano penna su carta con lo stesso spirito con cui si affila una lama.
La responsabilità è il peso di chi, come Tolstoj o come Primo Levi, non può fare a meno di sentire che la letteratura debba rendere conto al mondo. Il piacere è la categoria con cui Piperno stesso probabilmente più si identifica: Austen, Dickens, Stendhal. gente che intratteneva prima di tutto se stessa. La conoscenza, infine, è l’ambizione più alta e più solitaria: scrivere per capire, non per essere capiti.
La struttura è semplice, quasi manualistica, ma l’esecuzione è tutt’altra pasta. Piperno racconta la letteratura senza appesantirla con il gergo accademico, alternando analisi testuali, ricordi personali e giudizi taglienti con la disinvoltura di chi sa che il tono è già metà del discorso. Paradosso e battuta tengono a bada la densità delle citazioni, e ne risulta qualcosa che assomiglia a una conversazione più che a una lezione in aula magna, a un monologo teatrale più che a un saggio. In un’epoca in cui la saggistica letteraria italiana oscilla tra l’oscurità e la pesantezza del gergo specialistico e la piattezza divulgativa, Piperno sta nel mezzo, e ci sta con eleganza.
Piperno avrebbe potuto scrivere un libro su se stesso, sulla propria esperienza di romanziere, sulle proprie ossessioni, sui propri cantieri aperti. Sceglie di mettersi al servizio di altri, di fare da cicerone attraverso vite e opere altrui, tenendo la propria voce come filo conduttore senza mai trasformarla in protagonista assoluta, una vera e propria generosità intellettuale. È una forma di pudore rara da trovare altrove, e tanto più preziosa in chi avrebbe tutti i titoli per l’autobiografismo.
La scrittura come necessità, non diritto, non dovere ma necessità. Conclusione cui Piperno arriva dopo aver interrogato i suoi testimoni illustri. È una frase che pesa, perché viene guadagnata sul campo, pagina dopo pagina, attraverso le vite spesso disperate e sempre ostinate di chi quella necessità l’ha vissuta sulla propria pelle. Kafka nella tana, Proust nella stanza foderata di sughero, Flaubert che si dispera per una virgola, non sono aneddoti, sono prove tangibili.




