La Basilicata dell’oro nero e delle occasioni perdute
C’è un tratto dell’Italia meridionale dove il petrolio sgorga da trent’anni sotto montagne silenziose e paesi
che continuano a perdere abitanti, giovani e prospettive. È la Basilicata della Val d’Agri e di Tempa Rossa, il cuore energetico nascosto del Paese, la regione che da sola garantisce oltre l’80 per cento della produzione petrolifera nazionale e che pure resta una delle aree economicamente più fragili della penisola. La notizia riporta al centro un paradosso che accompagna l’Italia da decenni; il greggio estratto nel più grande giacimento onshore d’Europa continentale prende spesso la strada delle raffinerie e dei mercati internazionali, compresa la Germania, mentre gli italiani continuano a pagare benzina tra le più care d’Europa. La spiegazione è meno scandalosa di quanto sembri e molto più istruttiva. Il petrolio non
appartiene a un’economia locale ma a un sistema globale nel quale contano quotazioni internazionali,
capacità di raffinazione, logistica, fiscalità e geopolitica. L’Italia produce appena una quota marginale del
proprio fabbisogno energetico e continua a dipendere dalle importazioni. Anche se sotto la Basilicata ci
sono milioni di barili, il Paese resta strutturalmente povero di materie prime rispetto ai consumi industriali
e civili. Il punto interessante riguarda piuttosto ciò che il petrolio ha significato per la Basilicata e ciò che
non è riuscito a diventare. Dalla metà degli anni Novanta le royalties versate da Eni, Shell e Total hanno
alimentato i bilanci regionali con centinaia di milioni di euro, ma la promessa di una trasformazione
profonda del territorio non si è mai davvero compiuta. Molte risorse sono finite nella spesa corrente, nei
bonus carburante e nelle emergenze amministrative, senza costruire un modello industriale durevole o un
grande fondo strategico sul modello norvegese. Intanto la produzione continua a oscillare tra rilanci e
frenate. Nel 2024 le estrazioni sono tornate a crescere dopo anni difficili, ma gli impianti lavorano ancora
molto al di sotto del potenziale autorizzato. Le compagnie energetiche sostengono che nuove
autorizzazioni potrebbero persino raddoppiare la produzione lucana. Sullo sfondo resta una domanda che attraversa tutta la storia industriale italiana, da Gela a Taranto fino alla Val d’Agri. Quanto vale davvero una ricchezza naturale se il territorio che la custodisce continua a sentirsi periferia.




