I dati Ue e Istat fotografano un’Italia che non cresce
I prezzi aumentano e la crescita rallenta. Questo è quel che emerge del cupo quadro economico italiano mostrato dalle previsioni economiche pubblicate ieri dalla Commissione europea. Grazie all’outlook dell’Ue, i dati attribuiscono maggior concretezza alla frenata economica prevista e annunciata in seguito allo scoppio del conflitto in Medio Oriente, a fine febbraio. La guerra israelo-statunitense in Iran ha innescato un nuovo shock economico per il continente europeo (il secondo in meno di cinque anni), riaccendendo l’inflazione e smorzando (se non bloccando) lo slancio dell’economia. L’Italia è quella che ne esce peggio, denotando una crisi ad un livello più strutturale e pervasivo.
Italia ultima in Europa per crescita
Una doccia fredda per la continua narrazione meloniana di ripresa e slancio economico dello Stivale. Nel rapporto europeo, l’Italia si classifica ultima per crescita economica e prima per debito pubblico, segnando dei primati alquanto mortificanti. Dalle previsioni del 2026, la penisola sarebbe dovuta crescere dello 0,8%, ma il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano dovrà accontentarsi dello 0,5%. Nel 2027, il PIL si assesterà allo 0,6%, guadagnandosi l’ultima posizione. Il deficit pubblico dovrebbe fermarsi al 2,9%, sia nel 2026 che nel 2027, tuttavia, la tendenza in salita del debito non assicura il mantenimento di questo risultato. Nel prossimo anno, infatti, il deficit potrebbe arrivare a 139,2, superando anche la Grecia, che in un anno riesce a tagliare di sei punti il suo punteggio. La spinta agli investimenti generata dal Pnrr, finanziato dal Recovery, punta, poi, ad arrestarsi in previsione della conclusione del Piano stesso. La Commissione europea avverte l’Italia dei rischi sul prossimo futuro e su problemi che, al di là delle contingenze esterne che preoccupano a livello globale, risultano essere per lo più strutturali e interni.
Il rapporto Istat
Il rapporto annuale Istat, pubblicato ieri e arrivato alla sua 35° edizione, conferma il fosco quadro europeo, allertando l’Italia e il governo meloni sui problemi strutturali che risiedono nella gestione economica del Paese. Il rapporto, definito dal Sole 24 Ore, “una delle radiografie più complete dello stato del Paese”, mette insieme i dati raccolti nell’anno in ambito economico, demografico, occupazionale, sociale e sanitario per raccontare, attraverso i dati, la salute dello stato. La fotografia del 2026 è piuttosto cupa: l’Italia cresce poco e non lo fa da circa vent’anni. L’1,9% è il dato che indica la crescita del Pil dal 2007 ad oggi: di fatto un’immobilità, se comparata alla crescita di paesi come Francia, Germania e Spagna che nello stesso arco di tempo si sono avvicinati o hanno superato il 20%.
Una generazione precaria e fragile
Per puntare al benessere degli italiani, la corrispondente da Bruxelles del Sole 24 Ore, Beda Romano, afferma che il capitale umano è decisivo: “non può essere lasciato indietro neppure un giovane”. Dal Rapporto Istat, 27,1% è la quota di trentenni della generazione nata tra il 1980 e il 1994 (i cosiddetti “Millennials”) che oggi occupa una posizione sociale più bassa rispetto a quella dei loro genitori alla stessa età. La precarietà e l’incertezza fanno da padroni: il 67,8% è il numero di giovani under 34 entrati nel mondo del lavoro con un contratto determinato. L’instabilità economica è tale che 6,6 milioni sono gli/le italiani/e che dichiarano di aver rinunciato ad avere un figlio, nonostante lo desiderino. I dati mostrano una condizione in cui il peso del lavoro familiare gravi ancora sulle donne e il tasso occupazionale femminile, nonostante in crescita, continui a rimanere tra i più bassi in Europa (53,8%). I salari italiani stanno perdendo potere d’acquisto e la disoccupazione è in calo non perché si creano più posti, ma perché diminuisce la popolazione che lavora (tradotto: ci sono più pensionati). Il risultato è quello di una generazione che è certamente più istruita delle precedenti, ma economicamente sempre più fragile e insicura.




