Eresia al contrario
Bisogna avere una certa sfrontatezza, specie nel Belpaese ma in qualsiasi latitudine del pensiero occidentale, per sedersi alla scrivania e scrivere che le cose, nonostante tutto, non vanno poi così male. Ci vuole coraggio, o forse incoscienza, che nella migliore tradizione giornalistica italiana sono quasi la stessa cosa. Claudio Cerasa, che guida il Foglio con una determinazione che non di rado rasenta l’ossessione, ha deciso di fare esattamente questo: pubblicare un libro in cui l’ottimismo non è debolezza di spirito ma posizione intellettuale. E’ quasi una provocazione, è quasi un reato.
Il titolo è già un programma: L’antidoto, edito per Silvio Berlusconi Editore.
La domanda vera è: antidoto contro cosa?
Contro la dittatura del catastrofismo, ovvero la tendenza dannatamente collettiva, trasversale, bipartisan, quasi unanime a leggere la realtà attraverso la lente del peggio possibile nonostante i numeri dicano il contrario. Il mondo che brucia, la democrazia che muore, la tecnologia che ci schiavizza, l’Occidente che tramonta; non importa il tema, l’importante è che se ne parli male, sempre. Lo sappiamo a memoria, questo copione. Lo ripetiamo ogni giorno nei talk show, sui social, nei bar, nelle università, persino a tavola tra gente che mangia bene ma si lamenta meglio. È diventato il linguaggio comune della modernità.
Cerasa dice che è falso o meglio: dice che è una distorsione. Che i dati raccontano un’altra narrativa, e che nessuno vuole ascoltarla o leggerla perché la buona notizia non fa audience, non mobilita, non indigna, non vende, il buono non va mai in hype ed il lettore lo perdi. E qui il direttore del Foglio tocca una questione che i colleghi e gli addetti ai lavori conoscono bene (alcuni fanno finta di non saperlo ma andiamo oltre, questo è un’altra storia e forse un altro libro): la cattiva notizia ha una struttura narrativa superiore. È più rotonda, più drammatica, più cinematografica. La buona notizia è piatta, quasi imbarazzante da raccontare e noiosa da leggere.
Porta buone notizie in una redazione ti guardano come se avessi perso il senso della realtà, fallo in un dibattito televisivo e rimani in silenzio venti minuti.
Il libro si muove su più fronti, la gogna giudiziaria e mediatica, la globalizzazione riletta come conquista e non come colpa, l’ecoansia come industria dell’allarmismo, l’intelligenza artificiale guardata senza gli occhi spalancati del terrore di perdere tra qualche anno il posto di lavoro.
In ognuno di questi capitoli c’è la medesima operazione: prendere un dogma consolidato del pessimismo contemporaneo e smontarlo pezzo per pezzo, con la precisione artigianale di chi è abituato a fare i conti con la realtà quotidiana delle pagine di un giornale. Ottimistica opera di decostruzione in una società dove tutti “spaccano” ma nessuno costruisce.
Oltre la polemica giornalistica c’è qualcosa di più profondo: il pessimismo sistemico non è solo sbagliato: è pericoloso.
Una democrazia che si autodistrugge narrativamente, che coltiva la propria insufficienza come identità, che trasforma l’autocritica in industria del risentimento, finisce per fare il lavoro sporco degli autoritarismi senza che nessun regime debba alzare un dito, non c’è bisogno di guerra, stai facendo tutto da solo.
È una tesi seria, scomoda nel modo giusto; il libro scorre solo se non ti fermi a riflettere.
Cerasa scrive da direttore di giornale, e si vede. La sua prosa ha il ritmo del fondo quotidiano: veloce proprio come un fondo scritto sotto scadenza. Ogni tanto questo ritmo diventa un’arma a doppio taglio: il manifesto procede per affermazioni, non per dubbi. L’ottimismo ragionato che propone è convincente finché si parla di dati e narrazioni distorte, ma diventa meno convincente quando la realtà si fa davvero brutta, complicata fino all’osso, irriducibile a una questione di cornice. Il mondo non è solo mal raccontato: a volte va anche davvero male. La differenza sta nel capire quando, ed è qui che l’autore dimostra di saperlo fare meglio di quanto il libro lasci trasparire.
Ma questo è il tributo inevitabile che ogni pamphlet paga alla propria natura. Un manifesto non può permettersi le sfumature di un saggio, deve scegliere da che parte stare e starci fino in fondo. E Cerasa sta dalla parte di chi ancora crede che difendere il progresso, la ragione, l’Occidente con tutti i suoi difetti, non sia ingenuità ma necessità civile, un grido di umanità; una scelta che ha il sapore della responsabilità, quella cosa che si insegna ai figli e si dimentica nei convegni.
Irritante nel senso più nobile: irrita le certezze comode, disturba il sonno di chi ha fatto del declino la propria rendita intellettuale. E in un paese dove il catastrofismo è quasi una forma di eleganza, questo non è poco… anzi, è moltissimo.




