Addio Metropolitan, il centro storico cambia pelle
Ci sono luoghi che smettono di essere semplici edifici e diventano parte della memoria sentimentale di una città. Il Metropolitan di via del Corso apparteneva a questa categoria. Per decenni è stato uno dei grandi templi romani del cinema, il posto delle prime affollate, delle file sul marciapiede nelle sere d’inverno, delle luci che si riflettevano sulle vetrine del centro mentre Roma cambiava volto attorno a lui. Oggi, dopo oltre quindici anni di chiusure, ricorsi e battaglie politiche, il destino sembra deciso. Al posto dello storico multisala sorgerà uno spazio commerciale da 1.800 metri quadrati con una piccola sala da cento posti destinata a eventi e proiezioni. La vicenda del Metropolitan racconta molto più di una semplice riconversione urbanistica. Dentro questa storia c’è il rapporto sempre più complicato tra le città storiche e il mercato globale del turismo, tra cultura e rendita immobiliare, tra memoria collettiva e trasformazione economica. Via del Corso ormai appare come una lunga arteria commerciale internazionale nella quale le identità locali sopravvivono a fatica, schiacciate da marchi replicati identici da Milano a Dubai. L’arrivo dell’ennesimo megastore nel cuore della capitale viene presentato dai promotori come una riqualificazione inevitabile. Sessanta nuovi posti di lavoro, sette milioni destinati al recupero di altri cinema romani, il ritorno alla vita di uno stabile chiuso dal 2010. Eppure il disagio che questa decisione provoca in molti romani nasce da qualcosa di più profondo. Un cinema non è soltanto uno spazio economico. È un rito urbano. È il luogo nel quale una città si incontra al buio e condivide emozioni, immagini, immaginari. Quando queste sale spariscono, il rischio è che il centro storico perda un altro pezzo della sua anima pubblica per diventare un gigantesco corridoio commerciale attraversato da turisti frettolosi e consumatori temporanei. La parabola del Metropolitan assume quasi un valore simbolico perché arriva in un momento paradossale. I dati recenti mostrano infatti una ripresa significativa del pubblico cinematografico italiano dopo gli anni difficili della pandemia. Molti spettatori chiedono sale migliori, film in lingua originale, spazi più vivibili e meno impersonali. Nei dibattiti online emerge spesso una nostalgia fortissima per i cinema cittadini, percepiti come luoghi culturali veri rispetto alle multisale anonime dei centri commerciali di periferia. Forse è proprio questo il nodo. Il Metropolitan chiude definitivamente come simbolo di una certa idea di città europea novecentesca, fatta di luoghi culturali disseminati nel tessuto urbano e frequentati quasi naturalmente. Al suo posto nasce qualcosa di diverso, perfettamente coerente con il tempo presente. Più redditizio, più efficiente, più compatibile con il turismo globale. E probabilmente anche più triste.




