Intervista a Francesco Bellina, fotografo documentarista
Francesco Bellina è un fotografo documentarista italiano il cui lavoro si concentra su alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo: migrazioni, diritti umani e dinamiche sociopolitiche nello spazio mediterraneo e africano. Attraverso progetti a lungo termine, Bellina costruisce narrazioni visive che vanno oltre l’immediatezza della cronaca, cercando profondità, contesto e relazioni con le persone che fotografa. Il suo approccio unisce rigore giornalistico e sensibilità etica, interrogando continuamente il ruolo della fotografia nel raccontare la complessità del reale.
Nei tuoi progetti sulle rotte migratorie, che tipo di accesso sei riuscito a ottenere e quali sono state le principali difficoltà nel lavorare in contesti così sensibili?
Grazie a una continua e lunga permanenza in vari Paesi africani, sono riuscito a ottenere molti accessi, alquanto impensabili prima di essere in loco. A parte la preparazione prima del viaggio, che comunque non rivela mai la totalità delle vicissitudini che si andranno a vivere, in africa bisogna essere pronti all’improvvisazione e aperti a ogni tipo di contaminazione. Spesso gli accessi sono arrivati dopo alcune esperienze non proprio piacevoli e per farsi perdonare o per dare un’impressione meno negativa del dovuto, vengono aperte porte in contesti spesso molto chiusi e nascosti. Ricordo di aver avuto accesso completo alla base militare di Agadez Niger 2 a seguito di un veloce arresto a cui ero stato sottoposto, solo per una richiesta estorsiva. In altri casi è complicato nascondere il colore della propria pelle ma nella mia esperienza, l’educazione, la gentilezza e l’empatia, hanno risolto qualsiasi pericolo.

Le tue immagini spesso raccontano situazioni di forte vulnerabilità: come gestisci il rischio di spettacolarizzazione del dolore?
Questo è un tema che mi sono sempre posto con grande interesse. Il mio obiettivo non è mai stato quello di spettacolarizzare ma di provare a rendere “digeribili” scene e situazioni spesso tristi e intrise di dolore. Allo stesso tempo, provo con incessante sforzo a restituire una immagine il più possibile rispettosa del soggetto fotografato, soprattutto se esso versa in una situazione di vulnerabilità.
Hai lavorato in aree segnate da tensioni politiche e sociali: quanto incide il contesto geopolitico sul modo in cui costruisci un reportage?
Purtroppo a volte sembra che l’Italia abbia dimenticato quanto importante sia il contesto geopolitico mondiale, non solo quello del cortile di casa. Ho la percezione che, rispetto a decenni fa, ognuno di noi si allontana sempre di più dalla’idea di vivere nel mondo globale e non in un piccolo fortino svincolato dal resto. Il contesto geopolitico incide quotidianamente su ogni nostra scelta, investimento, risparmio anche se spesso non ce ne accorgiamo.
Per fortuna il nostro passaporto è uno dei più apprezzati al mondo e l’Italia ha comunque un’ottima storia di diplomazia e cooperazione internazionale. Dovremmo ricominciare da qui.

In un’epoca dominata da flussi rapidi di immagini, che spazio pensi abbia ancora il reportage fotografico a lungo termine?
Credo che l’enorme quantità di immagini che vediamo quotidianamente non porti a una sorta di inutilità della fotografia d’autore, bensì l’esatto contrario. Credo che chi voglia fare la differenza ha bisogno di utilizzare un linguaggio molto più complesso ed elaborato da quelle che vediamo quotidianamente e ovunque, ricercandone la professionalità.
In questo senso il reportage a lungo termine svela ciò che non svelerà mai qualsiasi portale di informazione di fast news, ricercando spesso la notizia hic et nunc ma senza mai registrarne i processi evolutivi. Spesso si parla per giorni di notizie e poi non se ne sa più nulla. Il lavoro a lungo termine storicizza l’evento e ne offre molteplici chiave di lettura che la news non può dare, è un po come la digestione.
Guardando al tuo percorso, c’è un progetto che ha cambiato radicalmente il tuo modo di fotografare o di interpretare la realtà? In che modo?
Prima del progetto a lungo termine “Oriri”, la mia fotografia non era matura e la mia visione di corpus fotografico era molto più semplice. Grazie alla complessità del tema di Oriri, che riguarda la schiavitù sessuale dalla Nigeria all’Europa, sono stato costretto a rivedere il mio modo di fotografare e sono stato costretto a scegliere poche rappresentative foto su migliaia che ne avevo scattate.
Poiché non volevo mostrare il corpo di queste donne in condizione di schiavitù, ho dovuto sublimare la violenza di quelle situazioni e trasformarle in qualcosa di più mistico e delicato, per scelta e per rispetto.




