Primo Maggio: la festa di chi non ha più niente da festeggiare
Ogni anno, il primo di maggio, l’Italia si ferma. Si fermano le fabbriche, gli uffici, i cantieri. Si fermano anche i lavoratori — quelli che ancora ce l’hanno, un lavoro — per celebrare una ricorrenza che affonda le radici nel sangue e nella lotta. Ma mentre i palchi si montano nelle piazze d’Italia e i microfoni si scaldano per i discorsi di rito, vale la pena chiedersi: cosa festeggiamo, esattamente? E soprattutto: chi stiamo festeggiando?
Il Primo Maggio nasce da una storia di violenza e resistenza. È il 1886 quando a Chicago gli operai scendono in piazza per chiedere la giornata lavorativa di otto ore. La risposta del potere è quella che si conosce: manganelli, proiettili, impiccagioni. Da quella memoria nasce una festa internazionale, un rito collettivo che per decenni ha rappresentato il momento in cui il lavoro prendeva coscienza di sé, si guardava allo specchio e riconosceva la propria forza.
In Italia quella tradizione è stata a lungo vibrante. Il dopoguerra, la Costituzione, lo Statuto dei Lavoratori del 1970: tappe di una conquista progressiva che sembrava destinata a crescere, ad allargarsi, a consolidarsi. Sembrava.
Il lento smantellamento di un sistema di garanzie
Negli ultimi trent’anni, qualcosa si è rotto. Non con uno schianto improvviso, ma con la pazienza silenziosa di chi sa che le grandi demolizioni si fanno mattone per mattone, riforma per riforma, decreto per decreto. Il mercato del lavoro italiano è stato progressivamente deregolamentato in nome della flessibilità — quella parola che nel vocabolario del potere economico significa adattabilità, e nel vocabolario dei lavoratori significa precarietà.
Il Pacchetto Treu del 1997, la legge Biagi del 2003, il Jobs Act del 2015: ognuna di queste riforme è stata presentata come la soluzione definitiva alla disoccupazione, come la modernizzazione necessaria di un sistema ingessato. Il risultato, a distanza di anni, è sotto gli occhi di tutti. L’Italia è uno dei paesi europei con il più alto tasso di lavoro povero: milioni di persone che lavorano — spesso a tempo determinato, spesso part-time involontario, spesso con contratti che cambiano nome ma non sostanza — e che nonostante questo non riescono a costruire una vita dignitosa.
Secondo i dati Istat più recenti, circa undici milioni di lavoratori dipendenti in Italia guadagnano meno di 1.500 euro netti al mese. La categoria dei cosiddetti working poor — i lavoratori poveri — è una realtà strutturale del mercato del lavoro nazionale, non un’anomalia congiunturale. Chi lavora e non arriva alla fine del mese è diventato una figura sociale normalizzata, quasi invisibile nel dibattito pubblico.
Salari da fermo in un’Europa che avanza
Il confronto europeo è impietoso. Negli ultimi trent’anni i salari reali in Italia sono diminuiti, quando nella quasi totalità degli altri paesi dell’Unione Europea sono aumentati. L’OCSE ha certificato questa tendenza in molteplici rapporti: l’Italia è l’unico grande paese europeo in cui il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è inferiore oggi rispetto a quello degli anni Novanta. Non stagnante: inferiore. Un arretramento storico che non ha precedenti tra le economie avanzate.
A questo si aggiunge il peso dell’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso ulteriormente le buste paga di chi non disponeva di meccanismi automatici di adeguamento salariale. Il carrello della spesa è diventato un problema reale per famiglie che fino a pochi anni fa si consideravano solidamente appartenenti al ceto medio. La povertà energetica, l’impossibilità di accedere alla proprietà immobiliare per le generazioni più giovani, la rinuncia alle cure mediche per contenere le spese: sono segnali di un impoverimento diffuso che riguarda il lavoro dipendente nel suo complesso, non solo le fasce più marginali della società.
La precarietà come condizione strutturale
Tra le trasformazioni più profonde e meno discusse c’è quella che riguarda la natura stessa del lavoro. Il lavoro a tempo indeterminato — quello che per una generazione intera ha rappresentato la base su cui costruire una famiglia, ottenere un mutuo, progettare il futuro — è diventato una conquista rara, quasi un privilegio. I giovani che entrano nel mercato del lavoro conoscono quasi sempre prima il contratto a termine, il tirocinio non retribuito, la collaborazione occasionale, il lavoro in nero, la partita IVA aperta per necessità e non per scelta.
Il proliferare di forme contrattuali atipiche ha creato una platea enorme di lavoratori privi di protezioni adeguate: senza indennità di malattia reale, senza contributi previdenziali sufficienti a garantire una pensione decente, senza la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali in caso di crisi. Il lavoro agile — accelerato dalla pandemia — ha poi aggiunto un ulteriore elemento di complessità, sfumando i confini tra tempo di lavoro e tempo di vita, spesso a svantaggio del lavoratore, che si ritrova reperibile h24 senza alcun riconoscimento economico di questa disponibilità.
Il silenzio dei sindacati confederati
In questo contesto, una responsabilità precisa va attribuita ai grandi sindacati confederali — CGIL, CISL e UIL — che per decenni hanno rappresentato il baluardo dei diritti dei lavoratori e che oggi mostrano crepe sempre più evidenti nella loro capacità di svolgere quella funzione.
I numeri parlano chiaro. Il tasso di sindacalizzazione in Italia è in costante declino tra i lavoratori attivi, e la composizione della base associativa è ormai costituita in larga parte da pensionati. Questo dato non è neutro: significa che le organizzazioni che dovrebbero negoziare le condizioni di lavoro del presente hanno una rappresentanza sempre più debole proprio tra chi il lavoro lo vive ogni giorno. I precari, i lavoratori delle piattaforme digitali, i dipendenti delle cooperative di facchinaggio, i riders — le figure più esposte al nuovo sfruttamento — sono in grandissima parte fuori dalla rappresentanza sindacale tradizionale.
Ma il problema non è solo quantitativo. È anche politico e culturale. I sindacati confederali hanno spesso assecondato, quando non favorito, le riforme che hanno progressivamente indebolito le tutele dei lavoratori, presentando accordi al ribasso come conquiste o come inevitabili compromessi con la realtà economica. La concertazione, strumento nato per bilanciare gli interessi di capitale e lavoro, si è trasformata troppo spesso in una corsa a chi firma per primo un accordo che il datore di lavoro — o il governo — aveva già deciso.
L’accordo separato del 2009 alla Fiat di Pomigliano, il via libera de facto all’esternalizzazione selvaggia, la mancata opposizione alle riforme pensionistiche che hanno allontanato l’età di uscita dal lavoro per lavoratori già sfiancati da decenni di attività fisica: sono capitoli di una storia in cui la tutela degli iscritti è stata sacrificata alla sopravvivenza istituzionale delle organizzazioni. Il sindacato ha preferito stare al tavolo — qualunque tavolo — piuttosto che alzarsi e tornare a fare conflitto.
Il risultato è una crisi di rappresentatività che non si risolve con una tessera. I lavoratori più giovani, quelli che più avrebbero bisogno di tutele collettive, non si fidano dei sindacati tradizionali e spesso non li conoscono nemmeno. E questo vuoto — politico, organizzativo, culturale — viene riempito dal nulla, dalla rassegnazione individuale, dall’accettazione silenziosa di condizioni che trent’anni fa sarebbero state inaccettabili.
Il Primo Maggio che non c’è più
Ogni anno, il concertone di piazza San Giovanni a Roma raccoglie centinaia di migliaia di persone. È uno spettacolo bello, a volte commovente. Ma è sempre più difficile non chiedersi se quella piazza sia ancora un luogo di rivendicazione o se sia diventata una liturgia, un rito svuotato, una forma senza sostanza. La festa del lavoro che non cambia il lavoro.
Non si tratta di nostalgia per un passato idealizzato, né di rifiuto del cambiamento. Si tratta di prendere atto che i diritti non si conservano da soli, che le conquiste possono essere disfatte, che il progresso sociale non è una legge naturale ma il risultato di lotte concrete. E che quando quelle lotte si fermano — o vengono domesticate — il terreno guadagnato torna, lentamente, a chi lo aveva ceduto controvoglia.
Il Primo Maggio meriterebbe di tornare a essere quello che era: una giornata di coscienza collettiva, di conflitto dichiarato, di rivendicazione alta e senza scuse. Non un giorno di riposo concesso, ma una sosta in marcia. Perché la marcia, per troppi lavoratori italiani, è ancora molto lunga.
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Così recita l’articolo 1 della Costituzione. Sarebbe il caso di rileggerlo — non per celebrarlo, ma per misurare la distanza tra ciò che promette e ciò che è diventata la realtà di chi quella Repubblica la tiene in piedi ogni giorno.




