Il femminismo è morto
Il femminismo è morto: Come la falsa emancipazione e la mercificazione del corpo femminile hanno tradito le battaglie delle madri.
Il femminismo italiano ha una storia nobile e combattuta. Dalle suffragette del primo Novecento alle lotte degli anni Settanta per il divorzio, l’aborto e la parità salariale, le donne italiane hanno costruito, mattone dopo mattone, un edificio di diritti strappati con coraggio a una società strutturalmente patriarcale. I collettivi femministi, i centri antiviolenza, la filosofia della differenza elaborata da pensatrici come Carla Lonzi e il gruppo di Diotima: tutto questo rappresenta un patrimonio intellettuale e politico di straordinaria profondità.
Lonzi, in particolare, con il suo celebre
Lonzi, in particolare, con il suo celebre Sputiamo su Hegel (1970), aveva già intuito il rischio maggiore: che la liberazione della donna si riducesse a una semplice ammissione nel mondo degli uomini, senza mai mettere in discussione le regole di quel mondo. Una profezia rimasta inascoltata.
Qualcosa, nel passaggio tra generazioni, si è rotto. L’emancipazione, intesa come conquista di autonomia, pensiero critico e dignità, è stata progressivamente sostituita da una sua caricatura: la libertà di fare ciò che il mercato suggerisce, purché lo si faccia “di propria scelta”. È questo il nucleo del problema. La narrazione dominante ha operato una sostituzione silenziosa: ha tolto dal centro la coscienza collettiva e vi ha messo l’individuo consumatore.
Oggi è considerato atto femminista qualunque comportamento purché autodeterminato. Si esibisce il corpo come forma di potere, si partecipa a reality show fondati sull’oggettificazione e si chiama tutto questo empowerment. Il mercato, straordinariamente abile, ha imparato a parlare il linguaggio della liberazione per vendere esattamente l’opposto.
“Non è libera la donna che può mostrarsi ovunque. È libera la donna che può scegliere di non farlo senza perdere visibilità, lavoro, o valore sociale.”
Il corpo come merce
La mercificazione del corpo femminile non è un’invenzione recente, ma la sua novità storica sta nel fatto che oggi viene praticata e difesa in nome del femminismo stesso. La donna che si spoglia per il pubblico maschile non è più vittima di un sistema: è, secondo questa retorica, una rivoluzionaria che “riprende possesso” del proprio corpo. È un capovolgimento semantico di portata devastante.
In Italia questo fenomeno ha assunto forme particolarmente acute. Il modello televisivo berlusconiano, la velina, la soubrette, il corpo femminile come ornamento del potere maschile, non è stato sconfitto dal femminismo contemporaneo. Al contrario, è stato in parte assorbito e ricodificato. Alcune sue eredi digitali, le influencer che monetizzano la propria fisicità su piattaforme come Instagram o OnlyFans, rivendicano oggi quella scelta come atto politico di autodeterminazione. Ma autodeterminazione all’interno di un sistema che remunera esattamente ciò che ha sempre remunerato, ovvero, la disponibilità del corpo femminile allo sguardo maschile non è liberazione: è adattamento sofisticato.
La complicità silenziosa e il tradimento intergenerazionale
Una delle critiche più difficili da formulare, e per questo spesso evitata, riguarda la responsabilità delle donne stesse in questo processo. Non si tratta di colpevolizzare le singole, quanto di riconoscere che un movimento politico si misura anche su ciò che tollera al proprio interno. Il femminismo italiano contemporaneo ha spesso mancato del coraggio necessario per distinguere tra libertà autentica e libertà simulata. Ha preferito l’inclusività acritica alla chiarezza ideologica, sacrificando la seconda sull’altare della prima.
La generazione delle pioniere lottava contro norme esterne che costringevano il corpo femminile. La generazione attuale si trova a fare i conti con norme interiorizzate, più sottili e dunque più difficili da combattere. Il patriarcato più efficace non è quello che proibisce: è quello che convince le donne a desiderare ciò che fa comodo al sistema. In questo senso, una parte del femminismo italiano ha smesso di fare il suo lavoro più difficile: quello di mettere in discussione i desideri, non solo i divieti.
Il silenzio sui numeri reali
A fronte di tanta retorica emancipatoria, i dati italiani restano impietosi. L’Italia si colloca stabilmente nelle ultime posizioni europee per partecipazione femminile al mercato del lavoro, con un tasso che non supera il 55%. Il gender pay gap rimane strutturale.
Un femminismo che produce contenuti virali ma non sposta questi numeri è un femminismo che ha perso il contatto con la realtà materiale delle donne. Ha conquistato la visibilità culturale e ha abbandonato il territorio della politica concreta.
Questo non significa che il femminismo italiano sia morto, né che tutte le sue espressioni contemporanee siano da rifiutare. Esistono realtà straordinarie — centri antiviolenza, avvocate, psicologhe, giornaliste, attiviste — che lavorano in silenzio su battaglie concrete. Ma la narrazione pubblica le sovrasta e le oscura.
Ripartire significa tornare a distinguere. Significa accettare che non tutto ciò che si autodefinisce femminismo lo sia realmente. Significa avere il coraggio di dire che la libertà non è fare ciò che il mercato premia, ma costruire le condizioni perché ogni donna possa scegliere al di fuori di quella logica. Significa, in ultima analisi, rimettere al centro la domanda scomoda: Finché questa domanda resterà senza risposta, il femminismo italiano continuerà a parlare molto e cambiare poco.



