Il diritto alla privacy del leader contro il dovere di sapere: perché il BMJ chiede trasparenza su Trump
Recentemente, medici di fama internazionale come David Nicholl e Trisha Greenhalgh hanno pubblicato sul “British Medical Journal” (BMJ) — una delle testate scientifiche più antiche e autorevoli al mondo — un editoriale che solleva interrogativi urgenti sulle facoltà cognitive di Donald Trump. Non si tratta di una schermaglia politica, ma di un grido d’allarme accademico che mette in discussione l’idoneità al comando del Presidente.
Il dibattito non nasce dal nulla. Già in vista delle elezioni del 2024, il New York Times aveva evidenziato una progressiva tendenza alla “tangenzialità”: un passaggio schizofrenico da un argomento all’altro con nessi logici sempre più fragili. Gli esempi si sono moltiplicati nei mesi: dai lapsus ricorrenti, come chiamare ripetutamente “Leon” l’alleato Elon Musk, alla pronuncia incomprensibile e distorta dei nomi degli stessi Stati americani durante i comizi, fino alla confusione totale tra avversari politici e figure storiche.
Inizialmente, questi episodi erano stati accolti con una sorta di distacco ironico; la Gen Z e i social media li avevano trasformati in contenuti virali, riducendo la deriva verbale del Presidente a una serie di meme da milioni di visualizzazioni. Tuttavia, quella che era iniziata come una forma di derisione collettiva è rapidamente mutata in una seria preoccupazione istituzionale. Quando a perdere il filo logico o a storpiare la realtà è l’uomo che siede nello Studio Ovale — la persona più potente del mondo — la gaffe smette di essere intrattenimento per diventare un segnale di allarme.
Questa disinibizione linguistica, unita a errori fonetici e cronica distraibilità, è stata analizzata da “StatNews”, che ha confermato una drastica riduzione della complessità sintattica di Trump rispetto agli anni ’80: oggi i suoi discorsi sono ridotti a frammenti brevi, ossessivi e spesso privi di filo logico.
Recentemente, il quadro si è aggravato con affermazioni sconnesse e talvolta blasfeme, culminate nel cupo presagio pronunciato nel contesto della guerra contro l’Iran: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Una frase che, in un momento di conflitto bellico aperto, non è stata letta come metafora elettorale, ma come un segnale preoccupante di instabilità psichica.
L’escalation di questi comportamenti ha spinto esperti come la dottoressa Elizabeth Gartner a ipotizzare segni di demenza, nello specifico una possibile demenza frontotemporale. Questa patologia si manifesta con una precisa rosa di sintomi: perdita di decoro, azioni impulsive o avventate, erosione dell’empatia e diminuzione dell’interesse verso i sentimenti altrui. Il BMJ, pur con la cautela del caso, sottolinea il dilemma: diagnosi del genere sono complesse e richiedono valutazioni cliniche complete e diagnostica per immagini (RM). Eppure, nonostante Trump abbia dichiarato nel dicembre 2025 di aver “superato brillantemente” la sua terza valutazione cognitiva, non esiste alcuna prova che si sia mai sottoposto a una risonanza magnetica o che i risultati siano stati verificati da enti terzi indipendenti.
Qui lo scontro diventa etico. La cosiddetta Goldwater Rule vieta agli psichiatri di diagnosticare malattie a personaggi pubblici senza averli visitati, ma molti esperti oggi invocano il “dovere di mettere in guardia”. Già nel 2017, la dottoressa Bandy Lee della Yale School of Medicine avvertiva: “Abbiamo il dovere di parlare perché potrebbero essere in gioco molte vite. Ciò a cui assistiamo è la creazione di una realtà parallela che soddisfa i bisogni emotivi di Trump: la sua insensibilità ai fatti è un pericolo collettivo”. Persino la nipote Mary Trump, psicologa clinica, ha descritto il Presidente come un narcisista patologico incapace di adattarsi ai limiti della realtà in un libro pubblicato nel 2020.
In questo scenario si inserisce un paradosso politico di rara ipocrisia. Mentre il Presidente si trincera dietro il diritto alla riservatezza per negare trasparenza sulla propria salute, la sua amministrazione agisce in modo opposto verso i cittadini. Attraverso l’Office of Personnel Management (OPM), la Casa Bianca sta infatti tentando di centralizzare i dati sanitari privati di milioni di dipendenti federali. Il messaggio è distorto: la vulnerabilità clinica del leader è un segreto di Stato, mentre le cartelle cliniche dei cittadini diventano un libro aperto a disposizione del potere.
La questione della salute mentale di Donald Trump non può più essere declassata a semplice “pettegolezzo medico”.
Quando un leader mondiale, nel pieno di un conflitto armato e con l’autorità di attivare l’arsenale nucleare, mostra segni di scollamento dalla realtà, la sua privacy smette di essere un diritto individuale per diventare una questione di interesse pubblico.
La democrazia non richiede solo l’esercizio del voto, ma la certezza che chi detiene il potere sia pienamente in possesso delle facoltà necessarie per onorarlo. In un momento così critico per la storia globale, la trasparenza medica non è un’opzione o un attacco politico, ma il presupposto essenziale per garantire la sicurezza e la tenuta delle istituzioni.




