Il Venezuela prova a riaccendere il suo motore energetico
L’accordo raggiunto negli ultimi tempi tra Eni, Repsol e la compagnia statale venezuelana PDVSA segna un passaggio importante nel riassetto energetico del Paese sudamericano, ridefinendo, in una situazione più complessa che mai, i nuovi equilibri geopolitici della sicurezza e dell’approvvigionamento energetico.
Il cuore dell’intesa risiede nella volontà di rilancio del giacimento offshore Cardón IV, dove si trova anche il campo di Perla, uno dei più grandi depositi di gas dell’America Latina. L’obiettivo immediato dichiarato è quello di aumentare la produzione di gas, che attualmente ammonta a circa 16,4 milioni di metri cubi al giorno, per garantire innanzitutto il fabbisogno interno del Paese, storicamente in crisi sul fronte energetico, ma poi anche per prevedere in futuro nuovi investimenti e tecnologie per incrementare la capacità estrattiva, aprendo così quindi alla possibilità di esportare gas e liquidi nei prossimi anni, inserendo il tutto nell’ambito del piano energetico venezuelano 2026-2028, che punta a riportare Caracas tra i player regionali in quel triennio.
C’è però anche una chiave politica in questa vicenda, e si inserisce sul “quando” di questa storia.
Quanto sta avvenendo è legato a una riforma concernente l’allentamento delle restrizioni internazionali, poiché negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno concesso licenze che permettono ad alcune major occidentali di tornare a operare nel Paese, dopo anni di sanzioni che avevano paralizzato pagamenti e investimenti. Il cambio di contesto ha portato con sé due effetti immediati: in primis questo consente a Eni e Repsol di recuperare crediti miliardari accumulati negli anni, che, già solo per Eni, ammontano a circa 3 miliardi di dollari, in secundis, questo rende di nuovo economicamente sostenibile l’attività nel Paese, anche grazie a nuovi meccanismi di pagamento, e quindi lo rende anche appetibile per gli investitori.
In questo modo, per il Venezuela l’accordo in esame rappresenta un tentativo concreto di rilanciare un settore energetico devastato da anni di crisi e isolamento, attirando capitali e know-how stranieri, mentre per le compagnie europee di tratta di una mossa articolata su più livelli, volta a consolidare la presenza in un Paese con enormi risorse, diversificare le fonti energetiche in un contesto globale instabile e posizionarsi in anticipo su un mercato che potrebbe riaprirsi e rilanciarsi completamente nei prossimi anni.




