Il congresso dove Puyol ha spiegato cosa significa essere uomini (grazie)
A Guadalajara, dal 17 al 19 aprile, è andato in scena il Fearless Congress, presentato dagli organizzatori come “il più grande congresso di mascolinità dell’America Latina”. Non un seminario accademico, non un festival culturale, ma una macchina simbolica molto più precisa: tre giorni dentro il Santuario dei Mártires Mexicanos, in un evento a pagamento, immerso in una grammatica cattolica, terapeutica e motivazionale che promette di rispondere a una presunta “crisi silenziosa” dell’uomo contemporaneo. Attorno al congresso è esplosa subito la polemica: per il luogo scelto, per il profilo ideologico di molti relatori, per il sospetto di un sostegno pubblico poi negato dalle autorità e per le denunce presentate da decine di organizzazioni femministe e per i diritti umani.
La notizia, però, è esplosa davvero quando nel programma è comparso il nome di Carles Puyol. L’ex capitano del Barcellona, uno dei difensori più riconoscibili della sua generazione, volto di un calcio che per anni ha venduto disciplina, spirito di sacrificio e nobiltà del comando. La sua partecipazione ha dato al congresso qualcosa che nessun teologo avrebbe potuto offrire: una legittimazione popolare, sportiva, quasi istintiva. Sacrificio, lotta, disciplina: una certa idea di maschilità, perfetta da vendere.

Sul sito ufficiale del congresso Puyol è presentato come una “leggenda del calcio” che “ha guidato con carattere quando più contava”; gli organizzatori aggiungono che “dentro e fuori dal campo, incarna una mascolinità ferma e umile” e che la sua grandezza si costruirebbe su “dedizione, sacrificio e coerenza”. Il suo intervento è stato promosso con un titolo già eloquente: Mi historia: Lucha, Propósito y Victoria. È qui che conviene fermarsi. Perché il punto non è tanto capire che cosa Puyol abbia detto davvero sul palco — al momento non risulta una trascrizione completa e verificabile del suo intervento accessibile pubblicamente — quanto osservare il modo in cui è stato usato dentro la drammaturgia dell’evento. L’ex calciatore viene convocato come figura esemplare: il capitano, il difensore, l’uomo saldo. Non conta solo ciò che pensa: conta soprattutto ciò che rappresenta.
Più che un convegno sulla mascolinità, Fearless appare così come la vetrina pubblica di un ecosistema cattolico organizzato, con una sua teologia, una sua estetica, una sua filiera di relazioni e perfino una sua logistica. Sul sito ufficiale il progetto si racconta come “a path to recover the heart of man”, un cammino per recuperare il cuore dell’uomo, nato esplicitamente “from an attack on masculinity and the need for virtuous men”, cioè da un presunto attacco alla mascolinità e dalla necessità di uomini virtuosi. Nella stessa autobiografia del movimento compaiono parole-chiave molto precise: ferite infantili, paura di non essere abbastanza, “sexual libertinism”, paura delle donne, crisi vocazionale, mancanza di senso, fino alla svolta quasi provvidenziale in cui, raccontano gli organizzatori, durante la preghiera Dio avrebbe chiesto loro di creare un congresso. Non è il linguaggio di chi vuole discutere il maschile in modo aperto; è il linguaggio di chi pensa che esista già una forma giusta di uomo e che vada restaurata.

Anche i nomi aiutano a capire meglio il perimetro. Sul sito di Fearless, Andrés Villaseñor Urrea compare come fondatore e direttore esecutivo, Karim Jones Dipp come cofondatore e direttore di ritiri e avventure, padre Ignacio Bello come direttore spirituale. Regnum Christi, dal canto suo, presenta Villaseñor come delegato del Territorio Nord del Messico alla Convenzione Generale del movimento e, in un altro contenuto, descrive Villaseñor e Karim Jones come formatori dell’apostolato Fearless in un ritiro per giovani. Ignacio Bello, inoltre, è indicato dai Legionari di Cristo come membro della congregazione. Insomma, Fearless non sfiora quell’universo: ci sta dentro.
Anche la struttura del congresso parla da sola. Sul sito ufficiale compaiono tra le “guide spirituali” il cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, l’arcivescovo di Guadalajara Francisco Robles Ortega, il rettore del Santuario e una rete internazionale di sacerdoti distribuiti tra Messico, Stati Uniti, Irlanda, Canada, Argentina, Italia, Spagna e Francia. Sempre sul sito, Fearless si descrive con numeri, staff, programma di follow-up, sfida Exodus, sedi attive tra Messico e Stati Uniti e un’espansione già immaginata verso Atlanta, Madrid, Barcellona e Roma. Non somiglia a un gruppo spontaneo di auto-aiuto maschile. Somiglia piuttosto a un dispositivo molto professionale, costruito per trasformare la crisi in appartenenza.
Ed è significativo anche il modo in cui immagina il suo pubblico. Sul sito ufficiale si parla di “10,000 men and women together”, diecimila uomini e donne insieme, mentre i materiali promozionali insistono sul fatto che il progetto non riguarda solo i maschi in cerca di orientamento, ma un’intera ecologia relazionale fatta di famiglie, fidanzate, mogli, preghiera, accompagnamento. In altre parole, la platea non è semplicemente maschile: è familiare, devozionale, pedagogica. Non va lì per assistere a un dibattito, ma a una ricomposizione morale.

La presenza, forse, di Kaká va letta nello stesso modo. Reuters ha riferito che tra gli ospiti annunciati figurava anche l’ex centrocampista brasiliano Ricardo Kaká, ma “still to be confirmed”. Nelle verifiche disponibili sul programma finale consultabile oggi, il suo nome non emerge tra gli speaker effettivamente in scaletta. Resta dunque sullo sfondo come figura evocata più che accertata: un’altra icona calcistica e religiosa potenzialmente perfetta per l’universo Fearless, ma su cui conviene mantenere cautela.
Che il calcio entri in questa storia, comunque, non stupisce affatto. Il calcio maschile continua a essere uno dei grandi teatri pedagogici della virilità contemporanea. È il luogo dove la maschilità si racconta ancora attraverso il corpo che regge il dolore, il sacrificio invisibile, la leadership naturale, la fedeltà al gruppo, il comando senza esitazione. Un difensore, poi, porta con sé una simbologia ancora più netta: presidio, ordine, protezione, forza silenziosa. Puyol, in questo senso, è quasi perfetto. Non perché sia un ideologo, ma perché il suo personaggio pubblico è già pronto per essere rimontato come parabola morale. Il congresso non fa altro che prendere quell’immaginario sportivo e infilarlo dentro una cornice religiosa e terapeutica.
Il punto, allora, non è chiedersi se Puyol “sia” davvero quel tipo di uomo. Il punto è capire che cosa rappresenti, oggi, un congresso del genere. Fearless non nasce per aprire il discorso sulle mascolinità; nasce per chiuderlo dentro un perimetro preciso. Prende il disagio maschile, reale e spesso profondo, e lo traduce in un racconto dove il problema non è il potere, non è il patriarcato, non è la violenza strutturale, ma la perdita di un centro maschile da ricostruire. È per questo che più di 140 organizzazioni hanno contestato l’evento, denunciando l’uso di un recinto religioso, il possibile impiego di risorse pubbliche e la promozione di narrazioni che, a loro giudizio, riproducono stereotipi e violenza di genere.
Ed è qui che il parallelo con il mondo MAGA americano, pur con tutte le differenze del caso, diventa leggibile. Non perché Fearless sia una semplice copia messicana di Trumpismo spirituale, ma perché ne condivide una grammatica profonda: la narrativa dell’assedio, l’idea che un’identità tradizionale sia sotto attacco, la promessa di restaurazione attraverso ordine, gerarchia, famiglia, missione. Non è una sovrapposizione perfetta, ma una parentela culturale sì: stessa ferita narrata, stessa nostalgia dell’ordine, stesso uso della crisi come occasione per riproporre una pedagogia del comando.
Alla fine, il dettaglio più rivelatore è forse proprio questo: per rendere desiderabile il ritorno a una mascolinità tradizionale non bastano più i preti, i moralisti o gli influencer reazionari. Serve un ex capitano del Barcellona. Serve il calcio, cioè il linguaggio emotivo più potente che abbiamo ancora per dare al maschile una forma eroica e comprensibile. Puyol finisce così al centro di un rito che non parla davvero di lui, ma di ciò che il suo corpo pubblico rende ancora raccontabile: l’idea che esista un modo giusto di essere uomini e che, davanti alla confusione del presente, quel modello vada restaurato più che discusso.




