Il calcio che non abbiamo e che gli altri si godono
Ci sono weekend in cui guardare il calcio diventa quasi un’esperienza contraddittoria. Da una parte lo stupore, dall’altra una sensazione più amara, difficile da ignorare se pensiamo a ciò che abbiamo visto ieri in Napoli-Milan: il nulla.
Mentre altrove il talento esplode, si prende il campo, sbaglia e riprova senza paura, noi restiamo con la sensazione di un vuoto. Il pensiero, quindi, corre inevitabilmente alla Nazionale, a quella fatica cronica nel produrre giocatori capaci di accendere la luce da soli. Ed è forse questo il problema numero uno di questi dodici anni fallimentari senza Mondiale.
Osservare e ammirare le giocate che arrivano da altri campionati diventa quasi terapeutico per chi ama questo sport. Se non siete riusciti a farlo voi, tra grigliate e pranzi pasquali, vi lascio io quattro immagini che potrebbero farvi passare la voglia di guardare il nostro campionato.
La prima è Lamine Yamal, che sembra giocare un altro sport rispetto agli altri. Non è solo questione di tecnica, ma di percezione: individua linee di passaggio e spazi che gli altri non vedono, anticipa situazioni che devono ancora esistere. Tunnel, trivele, cambi di direzione improvvisi — tutto con una naturalezza che disarma. E poi quei pantaloncini portati quasi sotto al ginocchio. Sarà quello il segreto?
Poi c’è Rayan Cherki, che dentro un sistema strutturato come quello del Manchester City — codificato e organizzato al dettaglio dal “professor” Pep Guardiola — riesce a ritagliarsi uno spazio tutto suo: quello dell’imprevedibilità. Dove tutto è pensato, calibrato, quasi perfetto, lui inserisce l’errore creativo. Il dribbling non necessario, la giocata rischiosa, la scelta che rompe il copione. Gioca come se fosse ancora al campetto. Qualche tempo fa fece un assist di rabona che fece il giro del mondo. Ovviamente. Ma non del suo allenatore. Non so che tipo di rapporto ci sia tra i due, ma per Guardiola — che accetta l’imprevedibilità solo se organizzata — avere un folletto come il numero dieci francese è, ogni partita, dolore e gioia insieme.
E veniamo a noi, nonostante tutto. Se è vero che il talento siamo spesso costretti a guardarlo da fuori, ogni tanto anche i nostri grandi giocatori ricordano perché lo sono. Lautaro Martínez è uno di questi. Contro la Roma ha fatto molto più di una doppietta: ha dimostrato quanto sia centrale nella squadra di Chivu. L’Inter, dalla sua assenza, aveva avuto una flessione evidente. Non solo nei risultati, ma anche nella produzione offensiva. Domenica sera, invece, oltre ai due gol decisivi, ha rimesso in moto tutto il sistema: ha riportato Marcus Thuram nelle migliori condizioni (un gol e due assist) e ha restituito alla squadra quella fluidità che sembrava smarrita. Più che criticarlo, forse dovremmo riconoscere quanto siano rari, oggi, i veri campioni nel nostro campionato.
L’ultima immagine che vi voglio lasciare è quella di Folarin Balogun in Monaco-Marsiglia. Un attaccante che doveva essere un talento spregiudicato e che forse, col tempo, si è un po’ perso. Eppure resta capace di cose che non si insegnano. Lancio lungo, corsa da centometrista per bruciare il difensore e, da una posizione defilatissima, un pallonetto che il 90% degli attaccanti non prenderebbe nemmeno in considerazione. Portiere scavalcato, palla che scende lenta e giocatori in panchina con le mani nei capelli.
Una carrellata di giocate per tornare dalle feste con una consapevolezza in più: il calcio che accende, che sorprende, che fa venire voglia di alzarsi dal divano, spesso è altrove. E in Italia, oggi, scene così difficilmente le vedremo.
Buon rientro a tutti. E scusatemi.




