L’Anti-Orbán che viene da dentro Orbán: chi è davvero Péter Magyar
Riscriviamo la storia in questo articolo pone l’accento non tanto su episodi o personaggi che hanno segnato un’epoca, ma bensì, su una falsa rappresentazione di quello che è accaduto il 12 aprile 2026, ovvero, quando l’Ungheria ha scritto una delle sue pagine politiche più importanti dalla caduta del Muro di Berlino.
Con un’affluenza record superiore al 78%, Péter Magyar ha vinto le elezioni: il suo partito TISZA ha ottenuto 138 seggi su 199, raggiungendo la cruciale soglia dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Il primo ministro Viktor Orbán ha ammesso pubblicamente la sconfitta dopo sedici anni ininterrotti di potere.
L’Europa ha esultato. Ursula von der Leyen ha scritto che “stasera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria”, i leader di Francia, Germania, Polonia e Gran Bretagna si sono affrettati a congratularsi con il vincitore. In Italia, tanto la sinistra quanto la destra si sono appropriate della vittoria, ciascuna a modo suo. Ma in mezzo ai fuochi d’artificio politici, si è perso un dettaglio cruciale: Péter Magyar non è l’opposto di Orbán.
Vent’anni nel “cerchio magico”
Magyar iniziò a familiarizzare con la politica ungherese sin dalla tenera età. Si iscrisse alla facoltà di Legge presso l’Università Cattolica di Budapest e fu proprio durante i suoi studi, a seguito della sconfitta di Orbán alle elezioni parlamentari del 2002, che decise di prendere la tessera di Fidesz, facendo il suo ingresso in quel “cerchio magico” nel quale sarebbe rimasto per più di vent’anni.
Dal 2002 al 2024 fece parte del partito Fidesz e durante la sua militanza fu uno dei collaboratori più stretti di Viktor Orbán. Non si trattò di una militanza di secondo piano. Nel 2011, durante il semestre di presidenza ungherese del Consiglio dell’Unione Europea, Magyar e sua moglie Varga si trasferirono a Bruxelles per lavorare rispettivamente come diplomatico alla Rappresentanza Permanente dell’Ungheria presso l’UE e come consigliera politica dell’europarlamentare di Fidesz János Áder. Nel 2015, Magyar ricevette anche l’incarico di gestire i rapporti tra il Governo Orbán e il Parlamento Europeo. In altre parole, era l’uomo scelto da Orbán per difendere gli interessi del governo ungherese davanti all’istituzione europea con cui Budapest avrebbe poi ingaggiato una guerra decennale sullo stato di diritto.
Al loro ritorno in patria, il peso dei Magyar all’interno del sistema di potere orbaniano era notevolmente cresciuto. Péter entrò nel consiglio di amministrazione di diverse aziende di Stato, mentre la moglie Judit scelse di lanciarsi in politica e nel 2019 assunse la carica di Ministra della Giustizia. La famiglia Magyar era, a tutti gli effetti, una delle famiglie del regime.
La rottura: un colpo di teatro, non una conversione
La svolta arrivò in modo teatrale nel febbraio 2024. Quando l’allora presidente dell’Ungheria, Katalin Novák, concesse la grazia a un complice di un criminale pedofilo, Fidesz ritenne responsabile dello scandalo anche Varga, che da ministra della Giustizia aveva controfirmato la decisione. Il partito ritirò allora la sua candidatura al Parlamento europeo. Péter Magyar si indignò così tanto per le dimissioni forzate della sua ex moglie che si sfogò su Facebook contro il governo Orbán.
Magyar, ancora formalmente dentro il sistema, colse la palla al balzo e in un durissimo post su Facebook accusò il governo di “nascondersi dietro le gonne delle donne”. Pochi giorni dopo annunciò le dimissioni da tutti gli incarichi pubblici, iniziando una campagna di denuncia contro la deriva del “sistema Orbán”. «Ho vissuto dentro la macchina per 20 anni e ora la racconto dall’interno», disse.
In due anni, da perfetto sconosciuto al grande pubblico, Magyar costruì dal nulla un partito e, usando la propria conoscenza “dall’interno” del sistema orbaniano come principale argomento di credibilità, si impose come guida dell’opposizione. Una parabola straordinaria — ma che non cambia la sostanza del suo passato.
Sull’Ucraina: la grande continuità
È sul tema ucraino che le differenze tra Magyar e Orbán si assottigliano fino quasi a scomparire. E non è un caso: è la mossa politica più calcolata del nuovo premier.
Fidesz cercava di convincere gli elettori che Magyar non avrebbe servito gli interessi ungheresi, ma quelli ucraini. Quindi Magyar, in modo molto astuto, ha fatto di tutto per evitare di apparire filo-ucraino, perché sarebbe stato politicamente rischiosissimo. Negli ultimi quattro anni il governo Fidesz “ha investito risorse enormi nella diffusione di messaggi anti-ucraini, al punto da convincere buona parte della popolazione che l’Ucraina è nemica dell’Ungheria”.
Il risultato è che Magyar, oltre al voto al Parlamento europeo, quando si è espresso ha fatto ben poco per tranquillizzare Kiev. Quando Zelensky si era scontrato con Orbán, minacciando di fargli far visita dai suoi soldati, lui aveva preso le parti di Orbán dicendo: “Nessun leader straniero può permettersi di minacciare un ungherese”. Alla fine di marzo, in campagna elettorale, aveva dichiarato: “Nessuno vuole un Governo pro-Ucraina”. Prima ancora aveva detto chiaramente che Tisza “sostiene la posizione del Governo ungherese: non manderemo truppe né armi all’Ucraina”.
Nella sua prima conferenza stampa da premier eletto, queste posizioni sono state confermate senza ambiguità. Su Ucraina e Russia, Magyar ha dichiarato che l’adesione di Kiev all’UE nei prossimi dieci anni non è realistica, si è opposto a qualsiasi corsia preferenziale e ha confermato la proposta di un referendum nazionale per ratificare l’eventuale integrazione. Ha chiarito che l’Ungheria non parteciperà all’operazione finanziaria per Kiev perché il suo Paese è in una situazione economica difficile e non può permettersi di contrarre nuovo debito. Budapest si appellerà quindi alla clausola di opt-out prevista dai trattati.
Sul fronte energetico, Magyar ha rivendicato un approccio pragmatico nei rapporti con Mosca, ricordando che Budapest non può “cambiare geografia. La Russia sarà lì e l’Ungheria sarà qui”. Il suo Paese non potrà staccarsi facilmente dalle forniture russe perché vuole continuare a “comprare petrolio a basso prezzo in modo sicuro”.
Non sorprende, dunque, che il discreto messaggio del presidente Zelensky, che si è congratulato con il vincitore e ha espresso la disponibilità a “collaborare” con l’Ungheria, si sia fermato lì. E stop.
Il metodo cambia, la sostanza no (o quasi)
Sarebbe sbagliato, naturalmente, sostenere che tra Magyar e Orbán non vi siano differenze: ci sono, e sono reali. Magyar ha promesso di combattere la corruzione sistemica, sbloccare i miliardi di fondi europei congelati da Bruxelles, ripristinare l’indipendenza della magistratura e ricondurre l’Ungheria dentro la famiglia europea. Su immigrazione, però, il nuovo premier ha lasciato margini di ambiguità minimi: l’Ungheria si opporrà al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, non accetterà alcun meccanismo di ricollocamento, manterrà la recinzione al confine meridionale. Ha annunciato che dal 1° giugno 2026 verrà sospeso il rilascio di nuovi permessi di lavoro per lavoratori stranieri extracomunitari — una posizione che, per sua stessa ammissione, è più rigida di quella di Orbán.
Magyar resta un’incognita: è cresciuto nell’élite magiara studiando legge all’Università Cattolica di Budapest, ha respirato l’aria di Fidesz, ha visto crescere il culto del “capo” e, almeno per ora, lo sta riproponendo in Tisza. La differenza con Orbán è nel metodo — negoziare invece di sabotare — non nel merito delle posizioni su immigrazione, sovranità energetica e allargamento.
L’Ungheria ha voltato pagina, questo è certo. Sedici anni di “democrazia illiberale”, di scontri con Bruxelles usati come carburante propagandistico, di allineamento con Mosca e di isolamento europeo si chiudono con una sconfitta netta e senza appello. Gli ungheresi hanno scelto con un’affluenza da record, e questa è già una vittoria della democrazia.
Ma chi si aspetta un’inversione a U completa rischia di andare incontro a delusioni. Péter Magyar è un figlio autentico della cultura politica che ha costruito, un conservatore che ha imparato il mestiere dentro la macchina orbaniana e che ne ha interiorizzato molte delle posizioni di fondo. La sua rottura con Orbán non è stata ideologica, ma personale e di metodo. L’uomo che ha promesso di “liberare l’Ungheria” ha trascorso vent’anni ad aiutare a costruire la prigione.
Il fatto che sia lui, e non un leader progressista o liberale, ad aver abbattuto il sistema di Orbán, è forse il segnale più eloquente di come l’Ungheria voglia cambiare: vuole un Paese che funzioni, meno corruzione, un rapporto meno tossico con l’Europa. Ma non vuole — almeno non ancora — una rivoluzione culturale. Il vento di primavera che soffia sul Danubio è reale. Solo che non spira da sinistra.




