Geopolitica moderna e Occidente: siamo i buoni, oppure lupi travestiti da agnelli?
C’è una domanda che la storia recente pone con crescente urgenza, e che le cancellerie occidentali faticano a rispondere senza cadere nella contraddizione: come è possibile difendere la democrazia esportando la guerra? Come si può invocare il diritto internazionale mentre lo si viola sistematicamente? Come si può parlare di sviluppo economico mentre si perpetuano meccanismi di dipendenza e saccheggio nei confronti del Sud globale?
Queste domande non sono il frutto di propaganda antioccidentale. Sono domande che emergono dall’analisi storica, dalla lettura dei trattati, dai dati economici, dai rapporti delle stesse organizzazioni internazionali che l’Occidente ha contribuito a fondare. Ignorarle significa scegliere la narrativa al posto della realtà.
Il mito della decolonizzazione compiuta
Il 1960 viene spesso celebrato come l’Anno dell’Africa, infatti, diciassette paesi africani ottennero l’indipendenza formale dalla loro colonizzatori europei. Fu presentato come il trionfo della libertà dei popoli, la fine di un’epoca di sopraffazione. Era, invece, soltanto il cambio di abiti di un dominio che continuava per altre vie.
La decolonizzazione politica non fu mai accompagnata da una decolonizzazione economica. Le ex potenze coloniali, Francia, Gran Bretagna, Belgio,si assicurarono che le strutture di dipendenza rimanessero intatte attraverso accordi commerciali asimmetrici, il controllo delle valute (il Franco CFA, imposto dalla Francia a quattordici paesi africani fino a tempi recentissimi, ne è l’esempio più clamoroso), e la presenza militare mascherata da “cooperazione per la sicurezza”.
La violenza non finì. Si sofisticò. Laddove i governanti postcoloniali mostravano velleità di autonomia reale Patrice Lumumba in Congo, Thomas Sankara in Burkina Faso, Salvador Allende in Cile, l’Occidente rispose con il golpe, con l’assassinio, con il finanziamento di fazioni armate. La CIA, il MI6, la DGSE francese lasciarono tracce indelebili nella storia di decine di nazioni. Non sono teorie del complotto: sono fatti documentati, spesso ammessi dagli stessi governi coinvolti dopo che i decenni hanno attenuato l’imbarazzo.
La democrazia a geometria variabile
Uno dei pilastri della retorica occidentale è la difesa della democrazia e dei diritti umani. Eppure la coerenza di questo principio si sgretola rapidamente di fronte agli interessi strategici ed energetici.
L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta dove le donne hanno ottenuto il diritto di guidare un’automobile solo nel 2018, dove i dissidenti vengono torturati e giustiziati, dove, come dimostrò il caso Khashoggi, anche un giornalista che scriveva per il Washington Post può essere smembrato in un consolato con sostanziale impunità del regime. Eppure, l’Arabia Saudita è un alleato fondamentale dell’Occidente, rifornita di armamenti britannici, americani, francesi. I contratti parlano più forte dei principi.
L’Egitto di Al-Sisi ha messo in carcere decine di migliaia di oppositori politici dopo il golpe del 2013 contro il presidente democraticamente eletto Mohamed Morsi. L’Unione Europea e gli Stati Uniti protestarono brevemente, poi ripresero la cooperazione senza che nulla fosse cambiato. Il Bahrein represse nel sangue il suo movimento di protesta nel 2011, con l’assistenza militare saudita e il silenzio pressoché totale dell’Occidente, troppo preoccupato da quanto accadeva simultaneamente in Libia e Siria, paesi non allineati, per spendere parole significative sull’isola che ospita la Quinta Flotta americana.
Questa selettività non è accidentale. È strutturale. La democrazia viene promossa dove indebolisce governi avversari e silenziata dove potrebbe compromettere alleanze strategiche. Il risultato è che l’universalismo dei diritti umani viene percepito, con ragione, dal Sud globale come uno strumento retorico al servizio della politica di potenza.
E gli amici dell’Occidente non sono da meno….
Tra gli “amici” dell’Occidente, o per meglio dire complici, Israele, definita come “l’unica democrazia nel Medioriente”, è lo stato canaglia che, grazie alle sue fitte relazioni diplomatiche e di intelligence, condivide con i paesi occidentali il progetto perverso di fare la guerra per esportare democrazia e condizioni migliori di vita nei confronti dei paesi arabi confinanti, Libano, Siria, Palestina e Cisgiordania che ormai non esistono più, giustificando raid, bombardamenti e attacchi sistemici dell’esercito regolare e le milizie messianiche dei coloni, al fine di tutelare la popolazione civile dai “brutti e sporchi” arabi che rivendicano un diritto, che nello stesso Occidente è fondamentale, ovvero il diritto alla proprietà e al vivere in un determinato posto. La Nakba del 1948 che costò la prima “cacciata” e violazione del principio fondamentale della proprietà e di rivendicazione di un territorio, difatti, avrebbe dovuto aprire gli occhi su che tipo di Stato fosse quello Israeliano e su che tipo di “Democrazia” fosse Israele e sulla variabilità del significato Democrazia per i paesi Occidentali. Oggi giorno, quello che preoccupa è che ormai la derivazione autoritaria della “Democrazia” non nasconde più i suoi connotati di aggressività e intolleranza nei confronti dell’altro. Dagli Stati Uniti, culla della Democrazia moderna, fino ad arrivare a Israele ormai i paesi Occidentali e i loro amici stanno vivendo una stagione di ridiscussione dei connotati e dei principi fondamentali di ciò che dovrebbe ammettere uno Stato Democratico.
Il doppio standard nelle relazioni internazionali
Da settantasei anni il popolo palestinese vive sotto occupazione militare, in violazione di decine di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Insediamenti illegali continuano a essere costruiti in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. Gaza è stata sottoposta a un blocco che le stesse agenzie ONU definiscono collettivamente punitivo. Eppure gli Stati Uniti hanno posto il veto decine di volte in Consiglio di Sicurezza per bloccare risoluzioni che chiedevano la fine dell’occupazione o la protezione dei civili.
Nel frattempo, quando la Russia viola l’integrità territoriale dell’Ucraina, l’Occidente rispose con sanzioni, con l’invio di armi, con il sostegno diplomatico compatto, citando esattamente quei principi di sovranità e integrità territoriale che vengono ignorati quando ad essere occupato è un territorio palestinese. Questa asimmetria è visibile e inaccettabile per la gran parte del mondo, come dimostrano i voti all’Assemblea Generale dell’ONU, dove la maggioranza degli Stati, rappresentanti la maggioranza dell’umanità, si astiene o vota contro le posizioni occidentali su molte questioni sensibili.
Non si tratta di giustificare le aggressioni russe o qualsiasi altra violazione del diritto internazionale. Si tratta di riconoscere che l’applicazione selettiva del diritto internazionale lo svuota di significato, e che questo svuotamento è principalmente opera delle potenze che di quel diritto si proclamano i custodi.
Le guerre “umanitarie” e i loro effetti
La dottrina della “guerra umanitaria” nacque formalmente negli anni Novanta, in risposta alle crisi nei Balcani. L’idea era nobile nella formulazione: quando un regime opprime la propria popolazione in modo sistematico, la comunità internazionale ha il diritto, anzi il dovere, di intervenire, anche militarmente, per proteggere i civili. La “Responsabilità di Proteggere” (R2P) fu codificata nel 2005 con il consenso dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il caso libico del 2011 è emblematico. La risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza autorizzò una “no-fly zone” per proteggere i civili di Bengasi. La NATO trasformò quell’autorizzazione in una campagna militare per il regime change, bombardando per otto mesi fino alla caduta e all’uccisione di Gheddafi. Russia e Cina, che si erano astenute invece di porre il veto, accusarono apertamente l’Occidente di aver stravolto il mandato. Non avevano torto. La Libia da allora è precipitata in una guerra civile che dura tuttora, diventata un crocevia di milizie, di trafficanti di esseri umani, di influenze straniere contrastanti. Il paese che aveva l’indice di sviluppo umano più alto dell’Africa oggi è un territorio frammentato e violento. Di questo non si parla quasi mai nei dibattiti occidentali sulla Libia.
L’Iraq è una storia ancora più istruttiva. L’invasione del 2003, condotta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna in violazione del diritto internazionale e senza mandato del Consiglio di Sicurezza — sulla base di prove poi dimostratesi false sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein — ha causato tra i centomila e il milione di morti a seconda delle stime. Ha distrutto le istituzioni statali irachene, creando il vuoto che avrebbe poi permesso la nascita dell’ISIS. Ha destabilizzato l’intera regione mediorientale per decenni. Tony Blair e George W. Bush non hanno mai risposto penalmente per questa guerra. Non potrebbero: la Corte Penale Internazionale persegue i crimini degli avversari dell’Occidente, non i suoi campioni.
L’Afghanistan, infine, rappresenta il fallimento più costoso: vent’anni di occupazione, migliaia di miliardi di dollari spesi, decine di migliaia di civili morti, e il ritiro caotico del 2021 che ha restituito il paese agli stessi Taliban che si era andati a combattere. La popolazione afghana — in particolare le donne — ha pagato il prezzo di questa avventura con la propria libertà e con la propria vita.
Il sistema economico come strumento di dominazione
Se la violenza militare è visibile, la violenza economica agisce nell’ombra, ma i suoi effetti sono altrettanto devastanti.
Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, istituzioni che nascono dagli accordi di Bretton Woods del 1944 e che riflettono ancora i rapporti di forza del dopoguerra, hanno erogato per decenni prestiti condizionati all’adozione di “programmi di aggiustamento strutturale”: liberalizzazione dei mercati, privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, apertura alle importazioni. Queste politiche, imposte a paesi già fragili come condizione per accedere ai finanziamenti, hanno sistematicamente smantellato le industrie locali nascenti, decimato i servizi sanitari e scolastici, e creato le condizioni per crisi alimentari e instabilità politica.
Il Ghana degli anni Ottanta, la Zambia, il Kenya, l’Argentina sono solo alcuni dei casi studiati dagli economisti critici, tra cui Joseph Stiglitz, ex capo economista della stessa Banca Mondiale, come esempi di politiche che hanno aggravato la povertà invece di ridurla, arricchendo le imprese multinazionali occidentali in grado di acquisire a prezzi stracciati le risorse e le infrastrutture privatizzate.
Il sistema dei brevetti farmaceutici, difeso strenuamente dall’Occidente in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha impedito per decenni ai paesi poveri di produrre versioni generiche di farmaci salvavita. Durante la crisi dell’AIDS negli anni Novanta, i paesi africani con il più alto tasso di contagio non potevano permettersi i farmaci antiretrovirali perché le case farmaceutiche occidentali ne detenevano i brevetti e ne difendevano i prezzi. Si stima che milioni di persone siano morte per questa ragione mentre la questione veniva negoziata in tavoli commerciali.
Durante la pandemia di COVID-19, l’iniziativa COVAX, presentata come il meccanismo solidale per distribuire i vaccini al mondo, si rivelò insufficiente e tardiva, mentre i paesi ricchi accaparravano dosi molto oltre i propri fabbisogni. La proposta di India e Sudafrica di sospendere temporaneamente i brevetti sui vaccini COVID all’OMC fu bloccata per mesi dall’opposizione dei paesi occidentali.
La risposta del Sud globale
L’emergere del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), con la sua recente espansione a nuovi membri, non è un fenomeno ideologico ma pragmatico. Rappresenta il tentativo di costruire architetture finanziarie e diplomatiche alternative all’egemonia occidentale: una banca per lo sviluppo che non imponga condizionalità politiche, sistemi di pagamento alternativi al dollaro, fori di discussione che non rispecchino il rapporto di forza degli istituti di Bretton Woods.
Allo stesso modo, molti paesi africani stanno rivedendo i propri accordi di cooperazione militare con la Francia, come il Mali, il Niger, il Burkina Faso, dopo decenni in cui la presenza militare francese non aveva garantito la sicurezza ma aveva preservato regimi utili agli interessi di Parigi. Che i governi subentrati abbiano propri problemi e si appoggino ora alla Russia non cambia la radice del fenomeno: la perdita di legittimità dell’Occidente come garante di sviluppo e sicurezza.
Questa perdita di legittimità non è propaganda. È il risultato di scelte politiche concrete, accumulate nel tempo, che hanno privilegiato gli interessi delle imprese e degli stati occidentali rispetto al benessere delle popolazioni del Sud globale.
La critica all’Occidente non è un elogio dei suoi avversari.
Si tratta invece di esigere coerenza da chi ha fatto dei valori liberali, democrazia, diritti umani, stato di diritto, autodeterminazione dei popoli, la propria bandiera. Coerenza che non c’è stata, e che la mancanza di questa ha prodotto decenni di sofferenza, di guerre, di povertà strutturale per miliardi di persone.
Un Occidente credibile, che potesse davvero aspirare a un ruolo di guida positiva nella governance globale, avrebbe dovuto essere capace di un’autocritica profonda: riconoscere i crimini del colonialismo, riformare le istituzioni finanziarie internazionali in senso democratico, applicare il diritto internazionale in modo universale, smettere di fornire armi a regimi che opprimono le proprie popolazioni quando questo fa comodo agli interessi strategici.
Finché questo non avverrà, la retorica occidentale sui valori rimarrà quello che è agli occhi del mondo: un’ideologia al servizio del potere, non un programma per la giustizia globale.




