Il Pentagono invia altri 10mila soldati Usa in Medio Oriente
Il Pentagono invierà altre migliaia di soldati in Medio Oriente nei prossimi giorni, mentre il governo Trump cerca di fare pressione sull’Iran per un accordo che metta fine al conflitto, lo scrive il Washington Post citando funzionari Usa. Le forze in arrivo nella regione includono circa 6.000 soldati a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e diverse navi da guerra di scorta, hanno dichiarato funzionari attuali ed ex che hanno parlato sotto anonimato. Altri 4.200 soldati, appartenenti al Boxer Amphibious Ready Group e alla task force dei Marines imbarcata, l’11th Marine Expeditionary Unit, dovrebbero arrivare a fine mese.
I rinforzi militari dovrebbero unirsi alle navi da guerra già presenti in Medio Oriente proprio mentre si avvicina la scadenza del cessate il fuoco di due settimane, il 22 aprile. Le truppe si uniranno ai circa 50.000 militari che, secondo il Pentagono, sono impegnati nelle operazioni contro l’Iran. L’arrivo di ulteriori navi da guerra americane eserciterà una pressione ancora maggiore sull’Iran e fornirà all’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, e ad altri alti ufficiali militari maggiori opzioni nel caso in cui i negoziati fallissero, ha detto al quotidiano statunitense James Foggo, ammiraglio della Marina in pensione e decano del Center for Maritime Strategy nella Virginia settentrionale.
Secondo le stesse fonti, il Pentagono starebbe anche valutando ulteriori attacchi contro l’Iran o operazioni di terra sul territorio iraniano, tra cui missioni per recuperare materiale nucleare iraniano, sbarcare marines nelle zone costiere per proteggere lo Stretto di Hormuz e conquistare l’isola di Kharg, un piccolo avamposto iraniano utilizzato come principale terminale per l’esportazione di petrolio del Paese. Nel frattempo qualcosa si muove anche sul versante iraniano. Secondo fonti di Teheran sentite da Reuters, l’Iran ha messo sul tavolo la disponibilità a consentire il transito libero delle navi nel lato omanita dello Stretto di Hormuz, senza rischio di attacchi. È uno dei passaggi più delicati dell’intera crisi, insieme al dossier sul programma nucleare.
I contatti tra Washington e Teheran, affidati ai mediatori, vanno avanti in modo serrato. La Casa Bianca, però, ha smentito che sia in preparazione un’estensione di due settimane del cessate il fuoco per dare più spazio alla diplomazia. L’ipotesi sul tavolo resta quella di un nuovo round già la prossima settimana, anche se non esistono ancora né una data definita né una sede ufficiale. Tra le possibili località torna Islamabad, ma prima del 18 aprile non se ne farà nulla. In quei giorni il premier pachistano Shehbaz Sharif sarà impegnato tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia per uno «scambio di vedute» sulla situazione. Intanto il Pakistan si è già mosso: a Teheran sono stati inviati il ministro degli Interni Mohsin Naqvi e il capo delle forze armate Asim Munir, che Trump ha più volte indicato come il suo «preferito». Il loro compito è consegnare un messaggio americano e preparare il terreno per il prossimo incontro. Quando i colloqui riprenderanno, gli Stati Uniti dovrebbero tornare al tavolo con il vicepresidente JD Vance e con gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner.
Per ora i punti da sciogliere non cambiano: il programma nucleare iraniano e la navigazione nello Stretto di Hormuz. Le trattative degli ultimi giorni, tuttavia, fanno intravedere almeno un possibile riavvicinamento. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha provato a fissare la posizione di Teheran: «L’Iran non cerca la guerra o l’instabilità» e sostiene un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, ma non accetterà di essere «costringere alla sottomissione». È il segnale di una disponibilità al confronto, accompagnata però dal rifiuto di qualsiasi resa imposta. Trump legge invece questa fase come la conferma che l’avversario voglia chiudere. «Credo che vogliano raggiungere un accordo a tutti i costi», ha detto il presidente americano, tornando anche a rivendicare la superiorità militare degli Stati Uniti. «Li abbiamo pestati pesantemente» e «se ce ne andassimo ora, avrebbero bisogno di 20 anni per la ricostruzione», ha aggiunto.




