“Dimettersi” non rientra nel vocabolario di Díaz-Canel
Cuba torna, dopo decenni dalla crisi missilistica, nel mirino degli Stati Uniti. Le parole di Donald Trump non lasciano spazio a dubbi: “Credo proprio che avrò l’onore di conquistarla. Sarebbe fantastico. Un grande onore”. Ogni volta che il tycoon ambisce al potere in un determinato territorio, ricorre alle minacce nei confronti del presidente locale. Sono settimane che chiede le dimissioni del “castrista” Miguel Díaz-Canel, ma oggi il presidente cubano ha rotto il silenzio rivendicando Cuba come Stato libero e sovrano.
Il discorso di oggi
Questa è una giornata che, con il passare degli anni, non passerà inosservata. Oggi è stata per Díaz-Canel la prima volta che veniva intervistato da una rete televisiva americana, a Meet the Press della NBC. La conduttrice Kristen Welker gli ha posto la domanda chiave sulla tensione tra gli Stati Uniti e Cuba, ovvero se fosse disposto, pur di salvare il suo Paese, a dimettersi.
Díaz-Canel, prima di rispondere davvero alla domanda, lancia una provocazione: “È una domanda che pone lei o proviene dal Dipartimento di Stato del governo degli Stati Uniti?”. Poi dichiara: “Dimettersi non fa parte del nostro vocabolario”. Tutta l’intervista è segnata dalla determinazione del presidente cubano di fronte alla crisi: promette all’intervistatrice che L’Avana opporrà una resistenza indistruttibile alle minacce di conquista.
“A Cuba, le persone che ricoprono posizioni di leadership non sono elette dal governo statunitense e non hanno un mandato da parte del governo statunitense. Abbiamo uno Stato libero e sovrano. Godiamo di autodeterminazione e indipendenza e non siamo soggetti ai progetti degli Stati Uniti”. Díaz-Canel, presidente dello storico Paese nemico dell’America, ha dichiarato in un’emittente statunitense che la Casa Bianca stia attuando nei confronti di Cuba una politica ostile.
Tuttavia, il presidente cubano si mostra ancora disponibile al dialogo. Afferma di essere pronto a discutere qualsiasi argomento e senza condizioni, specificando: “Senza pretendere cambiamenti dal nostro sistema politico, così come non pretendiamo cambiamenti dal sistema americano, sul quale nutriamo diversi dubbi”. In questo modo, Díaz-Canel si è dimostrato ben diverso dalla descrizione di Trump, che lo aveva definito pessimo e corrotto, etichettando Cuba come un regime.
Cuba torna così al centro delle tensioni globali, sospesa tra il confronto con Washington e la volontà di difendere la propria sovranità.




