Il Canale torna a Panama, ma si riaccende la guerra fredda tra USA e Cina
Nel primo trimestre del 2026 il governo panamense ha assunto il controllo diretto dei porti di Balboa e Cristóbal, i due terminal strategici situati ai due ingressi del Canale di Panama, rispettivamente sull’Oceano Pacifico e sull’Atlantico.
La svolta arriva a seguito di una sentenza emessa lo scorso 30 gennaio dalla Corte Suprema panamense, con la quale è stato dichiarato incostituzionale il contratto di concessione, stipulato nel 1997 e prorogato nel 2021, con cui si affidava a Panama Ports Company, società controllata dalla holding CK Hutchison, la gestione dei due porti. Attraverso questo impianto, interamente smontato dalla Corte, il grande conglomerato di Hong Kong (CK Hutchison) nella sostanza amministrava questi terminal da quasi trent’anni, trasformandoli in nodi cruciali per il traffico di container tra l’Oceano Pacifico e quello Atlantico, e quindi alterando sicuramente la gestione logistica del commercio globale, ma, indirettamente, anche gli equilibri geopolitici tra Stati Uniti e Cina.
Dopo la sentenza, il presidente conservatore José Raúl Mulino ha disposto il passaggio sotto controllo statale dei porti, contestualmente però all’avvio di una gestione transitoria per garantire la continuità operativa, che ha comportato dunque l’affidamento temporaneo dei terminal ad APM Terminals, società del gruppo danese Maersk, in attesa di un nuovo bando internazionale, onde evitare interruzioni in uno dei punti logistici più sensibili del mondo, attraverso il quale si movimenta circa il 5% del commercio marittimo globale.
Come accennato, il passaggio di controllo è qualcosa di più di una – pur rilevantissima – vicenda commerciale, poiché assume anche una forte valenza geopolitica. Da mesi infatti gli Stati Uniti avevano espresso preoccupazione per la presenza di un gruppo legato a Hong Kong in un’infrastruttura così strategica, e la politica estera attuata dagli USA a partire dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha sicuramente riacceso la pressione americana sul dossier, insieme, comprensibilmente, alle premure panamensi di sbrigare in fretta questa pratica.
In questo contesto CK Hutchison aveva anche tentato di vendere il 90% della società concessionaria a un consorzio guidato da BlackRock, ma l’operazione si è tuttavia arenata anche e soprattutto per le resistenze di Cina, che ha cercato fino all’ultimo di mantenere un ruolo più forte per gli operatori commerciali vicini ai propri interessi.
Ad oggi CK Hutchison ha tuonato con forza sulla vicenda, definendo illegittima sia la sentenza sia l’azione del governo, e avviando prontamente un ricorso internazionale con il quale ha richiesto risarcimenti miliardari.
Dunque a Panama si è riaperta una partita delicatissima, concernente in parte la sovranità nazionale su un’infrastruttura strategica, ma soprattutto il rischio di trasformare il canale in uno dei nuovi fronti della competizione tra Washington e Pechino.



