L’algoritmo non sogna. Mircea Cărtărescu in dialogo con Bruno Mazzoni
“L’immaginazione come territorio inaccessibile all’algoritmo”
Ieri pomeriggio si è aperto con una presenza d’eccezione il nuovo ciclo dedicato alla letteratura romena in Italia: protagonista del primo incontro è stato Mircea Cărtărescu, in dialogo con il suo storico traduttore Bruno Mazzoni. Un sodalizio, il loro, che dura da oltre un decennio e che ha accompagnato la diffusione italiana di un autore presente nelle nostre librerie da più di venticinque anni con una ventina di titoli tra poesia e prosa.
Cărtărescu ha inaugurato la serata con parole di gratitudine e orgoglio, sottolineando l’importanza di questo “panorama di letteratura romena” e il valore umano e intellettuale del rapporto con Mazzoni, che ha tradotto integralmente la sua opera in italiano. Il dialogo si è subito orientato verso gli anni della formazione, quelli della cosiddetta “generazione dei blue jeans”, appellativo inizialmente denigratorio e poi rivendicato con fierezza.
Negli anni Ottanta, segnati in Romania da “fame, freddo e paura”, la poesia fu per Cărtărescu e i suoi compagni un equivalente della società civile: uno spazio di libertà interiore in un contesto oppressivo. I cenacoli letterari studenteschi –in particolare quello del lunedì—divennero luoghi di autentica resistenza culturale. “Abbiamo mangiato pane e poesia”, scriveva già nel 1991: la letteratura viene vissuta non come evasione, ma come forma di sopravvivenza spirituale. Nei teatri gelidi, nei circoli affollati di studenti assetati di versi, si coltivava un’idea di poesia capace di mescolare modernismo europeo, suggestioni surrealiste e influenze americane.
Se oggi qualcuno lo svegliasse nel cuore della notte chiedendogli chi è, ha confessato, risponderebbe senza esitazione: “Sono un poeta”. Non professore universitario per quarantun anni, non giornalista per ventuno, neppure prosatore. La prosa, per lui, è stata un altro modo di coniugare la vocazione alla scrittura in versi.
Eppure, a un certo punto, la poesia gli è “rimasta stretta”. Da qui la svolta narrativa, inaugurata con Nostalgia, raccolta di racconti che resta la sua opera più tradotta. Il successo di quel libro gli diede la fiducia necessaria per affrontare imprese ben più vaste, come la trilogia di Orbitor, concepita come una farfalla: ala sinistra, corpo, ala destra. Una costruzione simmetrica, paragonata anche a una cattedrale, che lo ha impegnato per quattordici anni e oltre millecinquecento pagine. Un’esperienza totalizzante, quasi coniugale, che ancora oggi suscita in lui nostalgia e vertigine.
Con Solenoide, romanzo “verticale” capace di attraversare un muro e che lo ha portato sulla scena internazionale, entra con forza anche la dimensione etica. Riprende il dilemma della casa in fiamme: salvare un bambino o un capolavoro di Leonardo? Il protagonista sceglierebbe sempre il bambino, perché il futuro non è predeterminato. È una dichiarazione di fiducia radicale nell’umano, che supera ogni appartenenza ideologica.
Più recente è Theodoros, definito “romanzo-gestazione” della sua biografia intellettuale. Nato da una scoperta giovanile tra testi dimenticati della letteratura romena antica, il libro racconta l’ascesa vertiginosa di Tudor, garzone valacco divenuto pirata prima e imperatore d’Etiopia poi. Un’opera torrenziale che mescola storia, fantasia e mito, attraversando tre millenni e quattro continenti, fino a proiettarsi nel 2041. Cărtărescu insiste: non è un romanzo storico, ma un dispositivo narrativo che scardina il confine tra reale e irreale.
Il cuore dell’incontro, però, era racchiuso nel titolo: cosa rischia la letteratura di fronte all’intelligenza artificiale? La risposta è stata netta: “Temo molto più la stupidità umana dell’intelligenza artificiale”. L’AI potrà incidere su molti ambiti –traduzione compresa—ma non potrà mai raggiungere la fantasia. E qui Cărtărescu ha proposto una distinzione cruciale: l’immaginazione combina elementi già esistenti, mentre la fantasia coglie l’essenza del mondo in un’immagine nuova. La poesia, lungi dall’essere ornamentale, è “visione”, è tentativo di dare forma al significato.
Un algoritmo potrà assemblare testi, ma non conosce l’amore, la sofferenza o lo sguardo unico e irripetibile di un essere umano. L’immaginazione (o meglio, la fantasia) resta così un territorio inaccessibile alla macchina, e la letteratura un atto profondamente umano di testimonianza e libertà.




