La guerra in Iran sta facendo alzare il prezzo del petrolio
Con la nuova guerra avviata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, lunedì il prezzo del petrolio ha iniziato ad aumentare sensibilmente; alcuni analisti ritengono addirittura che presto potrebbe superare i 100 dollari al barile. Ma al di là dell’escalation di attacchi alle infrastrutture petrolifere e del gas nella regione del Golfo persico e dell’interruzione del traffico in una rotta di navigazione cruciale, diversi esperti hanno sottolineato che sarà soprattutto il modo in cui il governo americano orienterà il conflitto nei prossimi giorni – oltre ovviamente alla reazione dell’Iran e di altri produttori di petrolio – a determinare il livello che raggiungeranno i prezzi.
Le esportazioni di Teheran si attestavano intorno a 1,6 milioni di barili al giorno: per far fronte a questa situazione di crisil’alleanza OPEC+, che comprende Paesi come Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati, Kuwait e altri, ha già stabilito di aumentare la produzione di aprile di circa 206 mila barili al giorno. Tuttavia, l’impatto reale della decisione potrebbe risultare modesto: si tratta infatti di un incremento limitato rispetto a un output complessivo superiore ai 42 milioni di barili quotidiani. Il problema vero, invece, è un altro e cioè la crescente complessità nel far arrivare il greggio a destinazione: tra sanzioni contro Mosca, finora poco efficaci, e tensioni militari in Iran e in altre aree sensibili, la logistica energetica diventa ogni giorno più fragile.
All’apertura dei mercati domenica sera, il prezzo del Brent, il greggio di riferimento per l’Europa, ha sfiorato gli 80 dollari al barile (un aumento di quasi il 13% rispetto a venerdì), continuando a crescere anche nelle ore successive. Secondo Tyson Slocum, direttore del programma energetico del think tank progressista Public citizen, i mercati si preparavano da mesi al rischio di un’aggressione degli Stati Uniti contro l’Iran, isolando i prezzi da sussulti ancora più marcati. Ma l’approccio disorganizzato con cui gli Stati Uniti stanno dando seguito all’offensiva iniziale – che ha ucciso tra gli altri l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran – sta introducendo molta più incertezza.
L’Iran controlla lo Stretto di Hormuz, una delle rotte di navigazione più importanti del mondo, da cui transita un barile di petrolio su cinque. I principali membri dell’Opec, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, dipendono quasi interamente da questo collo di bottiglia per far uscire il proprio greggio dalla regione. “Da quando lavoro nel mercato petrolifero, l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz sono sempre stati lo scenario più rischioso per i prezzi“, afferma il ricercatore canadese Rory Johnston. Di solito, aggiunge, l’Opec risponde a una crisi internazionale che coinvolge il petrolio aumentando la produzione. “Ma se la produzione di emergenza dell’Opec avviene dall’altra parte dell’area di crisi, non serve a molto“, osserva Johnston, che paragona la regione a una canna dell’acqua, dove basta una piega per far diminuire il getto
Per tutto il fine settimana – mentre i funzionari iraniani inviavano messaggi contraddittori sulla chiusura formale dello stretto – il traffico di Hormuz è sceso quasi a zero. Le compagnie assicurative hanno aumentato i premi sulle navi che transitano dallo stretto, mentre alcune imbarcazioni sono state colpite da attacchi con droni. Quello che sta accadendo, commenta Johnston, sembra più una “chiusura volontaria” che una chiusura ufficiale. Nonostante i molti soldi investiti nella campagna per la rielezione di Trump, i produttori di petrolio statunitensi hanno dovuto fare i conti con un anno difficile, caratterizzato da prezzi al ribasso e da politiche nazionali imprevedibili, a partire dai dazi.
L’invasione russa dell’Ucraina iniziata nel 2022, che ha fatto schizzare i prezzi del petrolio a quasi 130 dollari al barile, è stata una manna per i produttori americani. È probabile che un’altra perturbazione simile del mercato globale in grado di far salire i prezzi aiuti le compagnie petrolifere degli Stati Uniti, il più grande esportatore mondiale di petrolio e gas. Questo però non significa che i produttori locali possano stare tranquilli nel breve termine.




