La partita sull’autonomia strategica passa per i minerali critici
La partita sull’autonomia strategica oggi si gioca sul terreno delle catene di approvvigionamento. In particolare, su quello dei minerali critici: risorse essenziali per la transizione energetica, la digitalizzazione, l’industria della difesa e le tecnologie avanzate. Se nello scorso secolo la competizione era incentrata sugli idrocarburi, oggi il nuovo baricentro della sicurezza economica globale passa per litio, cobalto, nichel, terre rare e altri materiali strategici.
In questo contesto si inserisce la nuova “Critical Minerals Ministerial”, inaugurata dagli Stati Uniti all’inizio di febbraio 2026, con l’obiettivo dichiarato di coordinare i Paesi partner nella costruzione di catene di approvvigionamento più resilienti e meno dipendenti dalla Cina. L’iniziativa rappresenta un tentativo esplicito di allineamento politico ed economico tra Paesi “like minded”, in un momento in cui la competizione strategica con Pechino va verso un inasprimento.
La centralità dei minerali critici.
I minerali critici sono fondamentali per la produzione di batterie per veicoli elettrici, turbine eoliche, pannelli solari, semiconduttori, dispositivi medici e sistemi militari avanzati. Nickel, cobalto, litio, alluminioe zinco sono tra i più noti, ma la categoria include anche le 17 terre rare: 15 lantanoidi più scandio e ittrio. Questi elementi possiedono proprietà magnetiche e chimiche uniche che li rendono indispensabili per la produzione di magneti permanenti, utilizzati in motori elettrici, generatori per energie rinnovabili, sistemi di automazione industriale e dispositivi elettronici.
La loro rilevanza non è dunque solo industriale ma anche strategica. Secondo dati del governo statunitense, per 12 minerali critici gli Stati Uniti dipendono interamente dalle importazioni, mentre per altri 29 importano almeno il 50 per cento del fabbisogno. Questa dipendenza espone Washington e i suoi alleati a vulnerabilità strutturali.
La posizione della Cina e la strumentalizzazione delle risorse.
La Cina occupa una posizione dominante lungo gran parte della catena del valore dei minerali critici, soprattutto per quanto riguarda le terre rare. Pechino controlla una quota significativa della produzione globale e, soprattutto, della capacità di raffinazione e lavorazione, segmento ancora più strategico dell’estrazione stessa. Il Center for Strategic and International Studies ha parlato nel 2024 di una situazione di quasi monopolio cinese nel settore delle terre rare.
Questa posizione non è frutto del caso ma di una strategia industriale di lungo periodo. Il piano “Made in China 2025”, lanciato nel 2015, ha esplicitamente puntato al dominio nei settori tecnologici avanzati e nelle filiere connesse, comprese quelle dei materiali critici. Nel corso degli anni Pechino ha anche depositato migliaia di brevetti relativi alle tecnologie di processamento delle terre rare, rafforzando il proprio vantaggio competitivo.
Negli ultimi due anni la dimensione geopolitica di questo predominio si è resa più evidente. Nel 2025 la Cina ha iniziato a imporre restrizioni all’export di diverse terre rare, estendendo progressivamente i controlli fino a includere 12 dei 17 elementi di terre rare di cui possiede rilevanti depositi. Questo uso selettivo delle esportazioni come leva politica è stato interpretato come un esempio di strumentalizzazione delle risorse naturali, nello specifico dei minerali critici, usando risorse economiche strategiche come strumenti di pressione geopolitica.
La risposta statunitense: la Critical MineralsMinisterial.
È in questa dinamica che si inserisce la Critical MineralsMinisterial, un’iniziativa del Dipartimento di Stato americano, che ha riunito oltre 50 Paesi per coordinare investimenti, standard e politiche industriali nel settore dei minerali critici, con l’obiettivo di costruire supply chain più sicure e diversificate.
L’idea di fondo è che nessun Paese, nemmeno gli Stati Uniti, possa competere da solo con la capacità estrattiva e di raffinazione cinese. La risposta deve essere collettiva: mettere in rete capacità minerarie, finanziarie e tecnologiche tra alleati per creare economie di scala alternative.
Questo approccio si collega anche al G7 Critical Minerals Action Plan, che punta a rafforzare filiere trasparenti e sostenibili attraverso cooperazione su estrazione, lavorazione e riciclo.
Il coordinamento: Europa, USA, G7 e Asia.
La logica è quella del coordinamento tra Paesi “like minded”. Australia e Canada dispongono di rilevanti risorse minerarie e possono rappresentare fornitori alternativi. L’Australia, in particolare, è uno dei principali produttori di terre rare al di fuori della Cina.
Giappone e Corea del Sud hanno sviluppato strategie di sicurezza delle risorse. Nel marzo 2020 Tokyo ha introdotto una nuova strategia internazionale sulle risorse, rafforzando il sistema di stoccaggio delle terre rare. Allo stesso modo, la Corea del Sud mantiene da tempo riserve di minerali critici gestite dalla Korea Mine Rehabilitation and Mineral Resources Corporation.
Anche l’Unione europea si sta muovendo su una linea parallela. Nel dicembre 2025 la Commissione europea ha adottato il RESourceEU Action Plan per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di materie prime critiche, annunciando la creazione di un European Critical RawMaterials Centre con funzioni di coordinamento e, tra le altre cose, di stockpiling.Questo si inserisce nel quadro più ampio del Critical RawMaterials Act, volto a incentivare produzione, raffinazione e riciclo all’interno dell’UE.
Il ruolo dell’Italia.
In questo scenario, l’Italia partecipa come parte integrante del fronte europeo e transatlantico. Alla Ministerial di Washington era presente il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, segno di un coinvolgimento politico diretto nella definizione delle nuove catene di approvvigionamento.
Per Roma la posta in gioco è duplice: da una parte tutelare la sicurezza industriale in comparti chiave come automotive, difesa ed energia; dall’altra rafforzare il proprio profilo come attore credibile nei negoziati commerciali globali e come interlocutore nel dialogo tra Unione europea e Stati Uniti.
Prezzi minimi e strumenti di policy.
Tra le proposte discusse a livello internazionale vi è l’idea di stabilire meccanismi di prezzo minimo per alcuni minerali critici. L’obiettivo sarebbe evitare che pratiche di dumping o eccessiva concentrazione dell’offerta da parte di un singolo attore schiaccino i piccoli produttori, rendendo economicamente insostenibile lo sviluppo di capacità alternative.
A questo si aggiungono investimenti pubblici e privati in miniere e impianti di raffinazione in Paesi partner, creazione di riserve strategiche e strumenti di finanziamento agevolato per progetti in Paesi emergenti. La logica è quella della diversificazione: ridurre il rischio sistemico derivante dalla concentrazione geografica.
Un’alternativa strutturale: l’innovazione.
Accanto alla diversificazione dell’offerta, vi è una strategia complementare che punta sull’innovazione. Secondo un rapporto del Council on Foreign Relations, gli Stati Uniti dovrebbero puntare su tecnologie di recupero, riciclo e sostituzione dei minerali critici, piuttosto che tentare di competere frontalmente con la Cina sul terreno dell’estrazione tradizionale.
Il riciclo di magneti permanenti e batterie esauste, lo sviluppo di materiali alternativi e l’ottimizzazione dei processi produttivi potrebbero ridurre la pressione sulla domanda primaria. Questo approccio avrebbe il vantaggio di essere potenzialmente più rapido, meno costoso e più sostenibile dal punto di vista ambientale, oltre a ridurre l’esposizione a shock geopolitici.
La competizione per i minerali critici mostra come l’autonomia strategica si giochi ormai sulla struttura delle catene del valore. La Cina parte da una posizione di vantaggio costruita nel tempo; Stati Uniti, Unione europea e partner asiatici stanno tentando di riequilibrare il sistema attraverso coordinamento, investimenti e strumenti di policy mirati.
La Ministerial di Washington è un tassello di questo processo, ma il nodo resta industriale: diversificare davvero le forniture, rafforzare capacità di raffinazione e puntare su innovazione e riciclo. È su questi elementi concreti che si misurerà la credibilità dell’autonomia strategica occidentale nei prossimi anni.




