Il Grande Bob. Simenon indaga il mistero dell’altro
«Quando un uomo come lui comincia a scrutarsi negli specchi, mi creda, non è un buon segno».
(G. Simenon, Il Grande Bob)
Non conosciamo nessuno, soprattutto gli altri. È da questa apparentemente banale, ma terribilmente concreta constatazione che prende forma “Il Grande Bob” di Georges Simenon, pubblicato nel 1954 e oggi riproposto da Adelphi nella traduzione di Simona Mambrini. Un romanzo partorito durante il soggiorno americano dell’autore tra le colline puritane della Nuova Inghilterra (a Lakeville in Connecticut) ma che resta profondamente francese nello sguardo – introspettivo, ironico, impietoso – e nelle ambientazioni (Parigi o cara, Tilly, Montmartre, le campagne che costeggiano la Senna).
Ne emerge un poliziesco o di un giallo alla Maigret, piuttosto di un accorato e ammaliante affresco psicologico come “Lettera al mio giudice” o “La neve era sporca”, che strega il lettore pagina dopo pagina.
Il racconto prende avvio quando Lulu Dandurand annuncia al narratore, il medico di base Charles Coindreau, che suo marito è annegato nella Senna durante una battuta di pesca. Incidente, si dice. Colpa di un luccio adocchiato qualche giorno prima e di una leggerezza consueta dell’avventato consorte. Ma la realtà è un’altra. Robert Dandurand, Bob – il Grande Bob – l’uomo sempre allegro, il bon vivant instancabile, il giocatore di belote e consumatore di «bianchini» a ogni ora, si era suicidato lasciandosi scivolare nell’acqua all’alba di una domenica. Una scelta apparentemente inspiegabile. La sua casa di Montmartre, sempre aperta, brulicava di amici di ogni estrazione sociale come fosse un circolo o un club. Di Bob poi si poteva dire tutto, ma mai senza affetto. Neppure i numerosi tradimenti scandalizzavano più gli amici e la moglie Lulu a cui bastava che lui fosse felice. Quell’uomo un tempo così effimero e spensierato appare così al narratore e ai lettori sconosciuto e incomprensibile.
Coindreau, narratore e amico del defunto, non è un detective, eppure tormentato da questo assurdo avvia un’indagine. Interroga la moglie, l’ultima amante, l’oste, gli amici delle ultime ore. Cerca segni, abitudini, misteri; ricostruisce fatti, immagina atmosfere. Una sorta di indagine al rovescio in cui conta più del “come” e del “chi”, il “perché” e il “quando”. Quando è successo, quando ha deciso, quando e perché ha compiuto quella scelta. Simenon procede all’imperfetto, nel tempo dell’abitudine e dei gesti ripetuti. Non succede nulla, dai Dandurand: solo una socialità continua, un’«atmosfera di spensierata indolenza». Bob, del resto, non è un uomo di successo. Figlio di un luminare della giurisprudenza, aveva abbandonato gli studi a Poitiers e a Parigi, voltando le spalle al destino paterno. Aveva scelto Lulu, modista di umili origini, una vita modesta e la giggioneria permanente. Da giovane aveva sognato di essere carovaniere nel deserto o asceta, «umile tra gli umili». Poi aveva deciso, come confidato alla sorella, di dedicarsi a rendere felice una sola persona. «In fondo, se ciascuno di noi s’incaricasse di rendere felice una sola persona, il mondo intero sarebbe felice».
Eppure qualcosa si era incrinata. Una vicina rivela a Lulu che Bob è in cura da un oncologo, il dottor Gigoigne. La diagnosi è un cancro duodenale, ma Bob rifiuta l’operazione: non vuole diventare un peso, non sopporta l’idea che Lulu si trasformi nella sua badante. Così, durante un fine settimana a Tilly, finge interesse per la pesca del luccio e all’alba si allontana da solo. L’annegamento è la conseguenza coerente della sua scelta di non pesare su nessuno, di non rendere mai infelice Lulu.
Ma l’indagine di Coindreau non si ferma alla malattia. Scavando nella vita dell’amico, finisce per sovrapporsi a lui: frequenta la sua casa, ne assume i vizi con cautela, in dosi controllate e colme di senso di colpa. L’anti-indagine si trasforma in autoanalisi. «E se invece del corpo di Bob Dandurand avessero ripescato il mio dalla Senna?», si chiede. Prova a immaginare la risposta della moglie, degli amici, dei pazienti fino all’Epifania finale dell’irriducibile impenetrabilità dell’agire e dell’animo umano e dalla sua solitudine.
Simenon costruisce così un romanzo impressionista e quasi cinematografico, tenero e ironico. Dove un prete avanza in un corteo funebre «come un calciatore» tra i tifosi; un suicidio mascherato da incidente di pesca diventa epifania della solitudine e anche nell’uomo più gioviale si annida un male oscuro tanto invisibile quanto corrosivo. Il Grande Bob si presenta quindi come un romanzo che indaga la distanza tra l’immagine pubblica e la verità interiore, un racconto psicologico in cui non conta tanto scoprire le prove, gli alibi e le ragioni dietro al delitto che aziona la trama. Conta di più viverle, capirle, sentirle. Cercando così di rispondere non solo all’enigma dell’altro, ma anche al proprio
Articolo a cura di Francesco Subiaco




