Bufera politica in Francia dopo l’uccisione di un militante di estrema destra
L’apertura di un’indagine per omicidio volontario per la morte di Quentin Deranque, avvenuta lo scorso sabato a Lione due giorni dopo un violento pestaggio, sta divenendo, in Francia, un vero e proprio caso politico. Nell’occhio del ciclone è finito il partito di Jean-Luc Mélenchon, La France insoumise (LFI), fondato nel 2016 e categorizzato due anni fa, fra diverse polemiche, come un partito di estrema sinistra.
Ventitreenne, studente di matematica recentemente convertitosi al cattolicesimo tradizionalista, simpatizzante e frequentante di gruppi di estrema destra. Quentin Deranque è morto dopo essere entrato in coma per un violento pestaggio. La procura di Lione ha annunciato l’ipotesi di omicidio volontario, sostenendo che il giovane francese sia stato colpito da almeno sei persone. In un filmato, trasmesso dall’emittente TF1, si vede infatti il giovane accasciarsi a terra mentre viene ripetutamente colpito da calci e pugni da un gruppo di ragazzi, identificati come appartenenti a movimenti di estrema sinistra, nonostante non siano stati ancora identificati gli autori materiali.
Stando alle ricostruzioni del collettivo femminile di estrema destra francese Némésis, Deranque si trovava lì insieme ad altri 15 ragazzi appartenenti a collettivi di estrema destra, chiamati per «assicurare la sicurezza delle militanti» durante una protesta da loro organizzata contro l’eurodeputata di sinistra Rima Hassan. Tuttavia, l’avvocato della famiglia del giovane ha dichiarato che Deranque non fosse «parte di alcun servizio di ordine». Sia la famiglia che i conoscenti descrivono il 23enne come una persona «non violenta», «calma» e mai implicata in scontri.
Il caso ha infiammato la scena politica francese. In questi giorni, le accuse rivolte al LFI riguardano l’utilizzo di una retorica che alimenta la violenza e lo stretto legame con gli ambienti da cui provengono i responsabili del pestaggio. Tra questi, vi sarebbe soprattutto il collettivo antifascista Le Jeune Garde, creato da Raphaël Arnault – oggi deputato del LFI – e che è stato sciolto nel 2025 dall’allora ministro dell’Interno Bruno Retailleau per le «provocazioni ripetute» dei militanti «regolarmente coinvolti» in «azioni particolarmente violente». Soprattutto, il nome di Jacques-Elie Favrot, assistente del deputato Arnault, è stato citato da più fonti come uno dei responsabili aggressori, constandogli la sospensione dei “diritti di accesso” all’emiciclo e la sospensione delle sue funzioni per l’intera durata dell’inchiesta, come da lui stesso dichiarato. Lo stesso Raphaël Arnault è stato un personaggio spesso controverso negli anni, condannato in via definitiva nel dicembre 2025 per un caso di tre anni prima, quando un diciottenne era stato aggredito da sei persone, tra cui Arnault. Schedato dall’intelligence interna, il deputato francese è stato oggetto di denunce per violenze e minacce di morte.




