Il conflitto della Siria con i curdi mette a rischio la lotta all’Isis
Lo scorso dicembre, a Palmyra (Siria), un uomo affiliato all’Isis ha ucciso due militari americani e un contractor civile. Questo attacco ha riacceso i timori di una possibile ricostituzione del gruppo estremista.
Più precisamente, l’aumento delle aggressioni dell’Isis mette in luce il tentativo di creare una frattura tra il governo di transizione siriano guidato dal Presidente Ahmed al-Sharaa e gli Stati Uniti, che recentemente hanno intensificato la cooperazione antiterrorismo.
La Siria e la personale lotta per diventare un credibile partner antiterrorismo
Sebbene il governo ad interim abbia compiuto notevoli progressi contro l’isis da quando è arrivato al potere alla fine del 2024, il suo conflitto con con le Forze Democratiche Siriane guidate dai curdi – fino a poco tempo fa principale partner di Washington nel contrasto al gruppo estremista nel nordest- rischiava di minare i suoi progressi nel contrasto al terrorismo.
Un conflitto prolungato con le SDF avrebbe messo a dura prova i rapporti tra Damasco e i suoi partner internazionali, permettendo così al sedicente Stato Islamico e ad altri gruppi estremisti di delegittimare la pragmatica ricerca di distensione tra Sharaa con l’Occidente. L’accordo appena siglato ha un grande valore.
Ma il rischio è aumentato soprattutto per via dalla moderazione mostrata da Sharaa al suo insediamento e dalla sua decisione di non imporre un codice islamico radicale dopo che la sua collazione di ribelli è riuscita a rovesciare il regime di Bashar Al-Assad.
Tutto ciò rende il momento attuale particolarmente vulnerabile nei confronti dei tentativi dell’Isis pronto a cogliere i punti di debolezza della Siria e sfruttarli a proprio favore.
Gli attacchi dello Stato Islamico sono aumentati notevolmente da quando il governo siriano si è unito lo scorso novembre alla coalizione internazionale per sconfiggere il gruppo terrorista.
Prima di ciò, il Ministero dell’Interno siriano aveva già collaborato con gli Stati Uniti condividendo informazioni di intelligence e conducendo operazioni congiunte contro cellule dello Stato Islamico in tutta la Siria, contribuendo a rendere la Damasco post-Assad un credibile partner antiterrorismo.
Questa cooperazione è ripresa dopo l’ingresso formale della Siria nella coalizione. Nel giro di un mese, le forze americane hanno annunciato di aver distrutto congiuntamente 15 depositi di armi dello Stato Islamico in coordinamento con il governo ad interim siriano.
Allo stesso tempo, le forze di sicurezza Siria e hanno condotto per conto proprio diversi raid e arrestato uomini dell’Isis nel nord del Paese.
Gli osservatori hanno evidenziato che, in effetti, gruppi militari ispirati dallo SI hanno ammesso un calo significativo delle loro operazioni, citando esplicitamente la pressione antiterrorismo del governo siriano come causa principale.
Lo Stato Islamico rimane una forza con cui fare i conti
Tuttavia, lo Stato Islamico rimane una forza con cui fare i conti. A partire dalla fine di novembre, il gruppo ha ripreso a rivendicare attacchi in territori controllati dal governo siriano.
Questo ha segnato un cambiamento significativo nel modo di operare del gruppo, perché lo Stato Islamico non aveva rivendicato un solo attacco in Siria tra maggio e novembre 2025, cosa che invece si è rivelata a fine novembre quando ha dichiarato di aver dato il via agli attacchi di Hama, Homs e Idlib, zone controllate dal governo.
Ha inoltre rivendicato due attacchi con ordigni esplosivi improvvisati il 9 dicembre a Idlib e Damasco, seguiti da due sparatorie il 14 e 15 dicembre, nelle province di Idlib e Aleppo, dove hanno perso la vita quattro agenti di sicurezza siriani e ferito un soldato siriano.
Lo Stato Islamico non ha rivendicato la responsabilità dell’attentato mortale del mese scorso avvenuto a Palmira contro i militari americani, ma ha pubblicamente lodato l’operazione, una mossa probabilmente volta a ispirare attacchi simili da parte di organizzazioni salafito-jihadiste allineate allo SI.
Uno dei gruppi più importanti di questo tipo è Saraya Ansar al-Sunnah, ideologicamente allineato allo Stato Islamico e che utilizza la stessa metodologia operativa. Il SAS è stato fondato alla fine di gennaio da Abu Aisha al-Shami, ex comandante di Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo che un tempo era affiliato con al-Qaida e che ha guidato l’offensiva di successo contro Assad nel dicembre 2024.
Si ritiene che Shami si sia separato dopo che Sharaa – allora leader di Hayat Tahrir al-Sham – ha iniziato a fare sua l’ideologia del gruppo e impegnarsi con fazioni armate non sunnite dopo la caduta di Assad.
Dopo la sua creazione, il SAS ha inizialmente condotto attacchi isolati e su piccola scala contro religiosi sciiti, civili della minoranza alawita e presunti informatori del regime di Assad.
Il gruppo ha successivamente acquisito notorietà internazionale dopo aver compiuto un attentato suicida contro una chiesa greco-ortodossa vicino a Damasco il 22 giugno scorso, uccidendo più di 20 civili.
Sebbene le operazioni SAS siano in gran parte cessate per quasi sei mesi a seguito dell’intensificarsi delle operazioni antiterrorismo siriane, il gruppo è riemerso a dicembre, conducendo un attacco con OEI (ordigni esplosivi improvvisati) all’Interno di una moschea alawita a Homs lo scorso 16 dicembre che ha causato la morte di almeno otto persone.
SAS ha negato il coordinamento operativo con lo Stato Islamico ma ha riaffermato fermamente e esplicitamente il suo allineamento ideologico e metodologico con il gruppo, minacciando nuovi attacchi.
Attacchi dello Stato Islamico: vera arma di propaganda
Come si spiega questo recente aumento della violenza da parte di gruppi ispirati dallo Stato Islamico o direttamente organizzati dall’SI?
Gli osservatori ritengono che l’ingresso formale del governo ad interim nella coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato Islamico abbia rappresentato il momento catalizzatore, con attacchi jihadisti che si sono moltiplicati sia nella frequenza che nello spazio.
I simpatizzanti dello Stato Islamico avrebbero lanciato campagne coordinate sui social media esortando i propri seguaci ad attaccare il governo di transizione siriano “ogni volta e dove possibile”.
Questi attacchi svolgono una funzione fondamentale di propaganda.
Lodandoli e sostenendoli, lo Stato Islamico cerca di presentarsi alle potenziali reclute come unica organizzazione salafita-jihadista “autentica”.
Lo fa contrapponendosi al governo siriano, che lo Stato Islamico definisce illegittimo dal punto di vista religioso a causa della sua cooperazione con le potenze occidentali. Nella visione ideologica dello Stato Islamico, questo allineamento rende Damasco un’apostata, mentre lo Stato Islamico si presenta come difensore intransigente della “vera” jihad.
Gruppi affilati allo SI come SAS hanno adottato una retorica simile, liquidando il governo guidato da Sharaa come “governo americano”.
Gli attori allineati allo Stato Islamico mirano anche a smantellare la cooperazione tra Siria e Stati Uniti, che insieme hanno ottenuto negli ultimi mesi significativi progressi nel contrasto al terrorismo.
L’attacco del 13 dicembre scorso a Palmira – un attacco interno commesso da un simpatizzante dello SI che lavorava per il governo ad interim come guardia di sicurezza – aveva probabilmente l’obbiettivo di minare la fiducia tra le forze statunitensi e siriane e a disturbare la coesione operativa congiunta.
Tuttavia, entrambi i governi fanno risposto rafforzando la loro partnership conducendo più di 70 attacchi congiunti contro altrettanti siti dello Stato Islamico in tutta la Siria centrale.
A fine dicembre, le forze di sicurezza siriane hanno arrestato il governatore ombra dello Stato Islamico a Damasco e ucciso il governatore ombra del gruppo per la Siria meridionale in due operazioni separate e individuali.
Il pericolo delle cellule disperse infiltrate nel governo
Sebbene ci sia stato un aumento degli attacchi collegati allo Stato Islamico, gli osservatori ritengono che questo non indichi la rinascita territoriale del gruppo in Siria.
Al contrario, invece di mantenere il terreno o stabilire zone di controllo, lo SI continua a fare affidamento su cellule disperse e clandestine mimetizzate all’interno della popolazione in tutta la Siria.
Le condivisioni di intelligence rafforzata e le operazioni congiunte con la coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno permesso alle autorità siriane di arrestare o eliminare leader chiave dello SI e smantellare reti a livello nazionale.
Più recentemente, unità siriane hanno sventato un complotto dello Stato Islamico che aveva preso di mira una chiesa ad Aleppo durante le celebrazioni di Capodanno e hanno arrestato il comandante militare generale del gruppo per la Siria.
Tuttavia, l’attacco a Palmyra evidenzia una vulnerabilità strutturale all’interno delle forze siriane. L’aggressore era un ex affilato allo Stato Islamico attivo ad Aleppo tra il 2014 e il 2017, che successivamente si è unito alle forze di sicurezza Siriane, dopo la caduta del regime di Assad.
Nel periodo immediatamente successivo ad Assad, il governo siriano ha reclutato rapidamente forze locali per soddisfare le urgenti richieste di sicurezza.
Questo reclutamento accelerato dopo la liberazione, unito a una capacità di verifica limitata, ha creato opportunità per individui con precedenti affiliazioni allo SI per entrare nei servizi di sicurezza in ricostruzione.
Sebbene le autorità siriane avessero già segnalato l’aggressore di Palmyra e lo avessero posto sotto indagine e riassegnato lontano dalle pattuglie americane una settimana prima della sparatoria, la coordinazione con sei complici all’interno del Ministero degli Interni gli ha comunque permesso di portare a termine l’attacco.
Pertanto, la sfida principale che le forze siriane affrontano rimane la verifica più attenta del personale di sicurezza, in particolare nella Siria orientale, zona nella quale le autorità ritengono che centinaia di affiliati allo Stato Islamico possano ancora essere inseriti nel Ministero degli Interni.
Le insidie che derivano dal trascinarsi dei conflitti interni
Il governo deve anche bilanciare la lotta al terrorismo con le crescenti richieste di sicurezza che nascono dai conflitti interni in corso in tutto il Paese con vari gruppi armati.
In particolare, gli scontri delle ultime settimane tra Damasco e le SDF (le forze democratiche curde) hanno evidenziato una possibile insidia sull’efficacia dei successi faticosamente conquistati nei confronti dello Stato Islamico nel nord-est della Siria.
Le SDF controllano diverse strutture di detenzione che ospitano più di 8000 membri dello Stato Islamico.
L’ultima offensiva del governo ad interim ha permesso alle forze governative di conquistare vaste porzioni di territorio precedentemente sotto controllo delle SDF nelle provincie di Raqqa, Hasakan e Deir ed-Zor.
Durante le operazioni più di 100 prigionieri dello SI sono evasi dalla prigione di Shaddadi a Hasakah, anche se la maggior parte è stata catturata dalle forze governative.
È vero che il governo siriano e le SDF hanno chiuso finalmente un accordo sul futuro dei curdi e per consentire l’integrazione dei combattenti curdi nelle forze di sicurezza siriana e trasferire il controllo delle aree delle SDF nella provincia di Hasakah alle forze governative.
Entrambi questi passi fanno parte di un accordo in 14 punti firmato da Sharaa e dal leader delle SDF Mazloum Abdi.
Questa pausa però è in difficile equilibrio, poiché le fazioni più radicali delle SDF continuano ad opporsi all’accordo di Damasco, che considerano pregiudicare la loro autonomia faticosamente conquistata grazie alla guerra civile siriana.
Gli Stati Uniti hanno cambiato atteggiamento nei confronti della Siria, vedendo nel governo siriano ad interim un partner più affidabile rispetto alle SDF nella lotta contro lo Stato Islamico, ponendo formalmente fine alla partnership con il gruppo curdo e avviando il trasferimento di quasi 7000 prigionieri dello SI dalle ex prigioni gestite dalle SDF a strutture sicure in Iraq.
Di conseguenza, qualsiasi nuova azione tra le forze governative siriane e le SDF non solo estenderebbe il loro conflitto, ma minerebbe gravemente anche gli sforzi per contenere lo Stato Islamico nel nord-est della Siria, andando anche ad ostacolare il trasferimento in corso dei prigionieri verso l’Iraq.
Questo rischio è ulteriormente amplificato dalle preoccupazioni che il personale di sicurezza con simpatie islamiste possa sfruttare lo sfaldamento del sistema di sicurezza per agevolare il rilascio dei prigionieri dello Stato Islamico.
Allo stesso tempo, dato il ritmo delle operazioni prima del cessate il fuoco della fine di gennaio, sembra che il governo siriano stia dando priorità al trasferimento del controllo nel nord-est dalle SDF alle proprie forze.
Questo ha fatto pensare che Damasco vedesse le SDF come una minaccia maggiore rispetto allo Stato Islamico per la sicurezza dello Stato. Il nuovo accordo è di grande valore, ma anche molto delicato.
Gli osservatori ritengono che nel breve termine, solo un quadro mediato dagli Stati Uniti che garantisca il trasferimento ordinato dei prigionieri dello Stato Islamico a strutture protette può prevenire ulteriori destabilizzazioni e proteggere i risultati conquistati con fatica.
Queste importanti questioni di sicurezza sovrapposte rendono fondamentale per Damasco distribuire con attenzione le sue limitate risorse, evitando di distoglie l’attenzione dalla lotta contro lo Stato Islamico.
Coinvolgere uomini in scontri prolungati con le SDF nel nord-est, o in possibili futuri scontri con i superstiti del regime di Assad lungo la costa, rischia di mettere a dura prova le forze siriane, complicando l’allocazione delle risorse e il coordinamento con la coalizione anti Stato Islamico guidata dagli Stati Uniti, e in ultima analisi, mettendo a rischio lo slancio preso dalle campagne in corso per contrastare il gruppo terrorista.




