Il vero potenziale delle riserve petrolifere e minerarie tanto desiderate da Trump
L’oro nero nascosto nel sottosuolo venezuelano accende l’appetito di Donald Trump. Ma l’ampiezza delle riserve è dibattuta e numerosi ostacoli persistono per le compagnie petrolifere che vorrebbero sfruttarle.Questo vale anche per i giacimenti inesplorati di elementi di terre rare e altri minerali critici per la transizione energetica, l’intelligenza artificiale e la tecnologia legata alla difesa.
Ma, un attento esame fa pensare che tali affermazioni siano, nel migliore dei casi, pura speculazione.
Quali sono le riserve stimate del Venezuela?
I dati dell’Opep, riportati da numerosi organi ufficiali come l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) o il Dipartimento Americano dell’Energia, affermano che il Venezuela – membro del cartello – dispone delle più grandi riserve di petrolio grezzo del mondo, con presunti 303 miliardi di barili, superando così l’Arabia Saudita. Questo dato rappresenta quasi il 17% delle riserve mondiali.
Ma questi dati, che risalgono all’epoca di Chavez, sono difficilmente verificabili. Le riserve dichiarate dal Venezuela sono passate in un attimo, alla fine degli anni 2000, da 100 miliardi a più di 300 miliardi di barili, per via della certificazione della Fasciadell’Orinoco come “riserve provate”.
Una certificazione controversa per via soprattuto della natura del petrolio in questa regione, perché difficilmente sfruttabile.
Inoltre, gli investimenti venezuelani nel settore sono crollati sotto Maduro e l’estrazione è stata trascurata, in un’epoca dove alcuni dei suoi vicini (la Guyana e Suriname) scoprivano importanti giacimenti. Alcune acque potrebbero dunque contenere ulteriori barili.
Lasocietà indipendente di analisi,Rystad,hapubblicato nel 2024 uno studio nel quale faceva riferimento a 30 miliardi di barili, un numero molto lontano da 300. Ma questa rimane comunque una quota sostanziale del mercato perché metterebbe il Venezuela all’undicesimo posto nella graduatoria mondiale. E 30 milioni di barili rappresentano più o meno un anno di consumo mondiale.
Particolarità del petrolio venezuelano e perché interessa gli Stati Uniti
Le riserve venezuelane sono principalmente costituite da petrolio pesante (grado API), situato nella regione dell’Orinoco, nel centro del Paese.
Questo petrolio bituminoso, molto denso e carico di zolfo e altri minerali, fa sì che la sua estrazione sollevi molti dubbi oltre ad essere molto cara.
Si pone anche la domanda sulla fattibilità di questo tipo di estrazione.
Malgrado il lato poco “gradevole” nella sua forma, il petrolio venezuelano interessa le raffinerie americane. Queste ultime sarebbero le grandi vincitrici nel rilancio del settore venezuelano, oggi moribondo. Ma perché?
A partire dal 2008, gli Stati Uniti hanno cominciato a sfruttare il petrolio di scisto.
Questo petrolio è molto leggero, mentre le raffinerie del Paese sono previste per il petrolio medio. Questo ha spinto Barack Obama ad annullare la legge americana che vietava le esportazioni di petrolio perché gli Stati Uniti si ritrovavano con del petrolio del quale non sapevano cosa fare.
Importavano invece del petrolio più pesante dal Canada per mescolarlo al petrolio più leggero.
Oggi, le relazioni con il Canada sono tese, avere accesso al petrolio venezuelano diventa interessante. Alcune raffinerie del golfo del Messico utilizzano fino al 67% di questo petrolio pesante.
Le tensioni con il vicino hanno inoltre fatto alzare i prezzi del petrolio pesante e diminuito così i margini dei raffinatori. Gli Stati Uniti sono dunque chiaramente alla ricerca di nuovi fornitori. E il Venezuela pesa 9% della produzione mondiale di questo grezzo pesante.
Ma quanto conviene in realtà alle compagnie petrolifere americane sfruttare queste risorse?
Secondo gli esperti, la prima sfidache si presenterà sulla loro strada è di ordine economico. Ci vorranno decine di miliardi di dollari e diversi anni prima di poter rilanciare questo settore che è stato per troppo tempo fermo, con infrastrutture molto vecchie.
Prendere il controllo delle riserve venezuelane è una strategia a lungo termine che ha sicuramente la sua logica, ma giganti come Exxon e Chevron non sono per forza entusiasti all’idea di investire massicciamente sul posto senza garanzie di sicurezza e stabilità politica.
È una mano di poker pesante quella giocata da Trump.
Il Presidente americano ha parlato di 100 miliardi di dollari da investire in 15 anni. Ma potrebbero essere molti di più.
Rystad Energy stima che ci vorrebbero solo 53 miliardi di dollari di investimenti per mantenere la produzione venezuelana al suo attuale livello per quel periodo. In seguito tra i 100 e i 150 miliardi per far arrivare la produzioneal livello superiore.
Ora, il ritorno del petrolio venezuelano sulla scena mondiale dovrebbe far scendere i prezzi al barile di Brent (petrolio grezzo leggero). Probabilmente non nell’immediato: secondo gli analisti di S&P hanno lascito le loro previsioni a 60 dollari, il corso attuale, a breve termine.
Ma Goldman Sachs stima che il barile potrebbe tendere più verso i 50 dollari prima della fine dell’anno.
A questo livello, il Venezuela non sarebbe redditizio per i vari Exxon e Chevorn.
Qualche tornaconto per i venezuelani?
Se lo sfruttamento delle riserve fosse rilanciato, gli abitanti del Venezuela dovrebbero trarre qualche profitto in virtù del versamento delle royalties al Paese sul suolo del quale si trovano le risorse sfruttate dalle compagnie petrolifere.
In teoria, possiamo immaginare un qualche tornaconto per il popolo e sicuramente la situazione non potrà essere peggiore che sotto Chavez, che aveva rovinato l’economia in generale.
Ma con Trump nulla è certo. Lo mostra il “mineraldeal” proposto agli ucraini sui minerali: una vaga garanzia di sicurezza in cambio della depredazione delle risorse.
Verifica sulla reale ricchezza mineraria del Venezuela
Non solo petrolio. Tra le molte giustificazioni per l’attacco al Venezuela, funzionari americani hanno affermato che il Paese possedeva vasti giacimenti inesplorati di elementi di terre rare e altri materiali critici per la transizione energetica, l’intelligenza artificiale e la tecnologia legata alla difesa.
Come affermato dal Segretario al Commercio Howard Lutnick, “il Venezuela ha una grande storia mineraria che si è arrugginita”. L’idea che il Paese sia ricco di giacimenti minerari disponibili alla conquista è stata ripresa diverse volte da molti commentatori e media.
Secondo Aixos lo sfruttamento dei minerali provenienti da quelle terre rare potrebbe aiutare a stabilizzare le sue finanze e aiutare gli Stati Uniti a smorzare il controllo globale della Cina su quelle preziose risorse di cui l’industria dei chip ha bisogno.
Ma, secondo gli esperti, un esame più attento fa sì che queste affermazioni siano sempliciipotesi.
Certo, il Venezuela ha da tempo affermato di avere grandi scorte di risorse – non solo petrolio.
Nel 2009, l’allora Presidente Hugo Chavez annunciò la scoperta di una “grande riserva” di coltan, un elemento chiave nei dispositivi elettronici comunemente noto come “oro blu”.
Nel 2016, mentre l’industria petrolifera del Paese crollava e l’economia precipitava nella crisi, Maduro firmò un decreto che creava l’Arco Minerario dell’Orinoco, una regione grande quanto il Portogallo che ospita anche alcune delle zone maggiormentebiodiverse della foresta amazzonica.
Dati fumosi
Come riporta Reuters, i dati pubblicati successivamente dal governo venezuelano sui giacimenti minerari, “hanno utilizzato termini chiave dell’industria mineraria in modo intercambiabile, come “riserva” e “risorsa”, rendendo difficile accertare se Caracas conoscesse veramente il suo vero potenziale minerario”. La distinzione non è solo accademica: una riserva è il volume di un minerale che può essere estrattocon margine economicamente conveniente, mentre una risorsa è semplicemente la quantità totale nel terreno.
“Nel 2021 il governo venezuelano ha pubblicato una mappa delle riserve minerarie basata su dati pubblicati nel 2009”, precisa Reuters. Quella mappa mostrava riserve di antimonio, rame, nichel, coltano, molibdeno, magnesio, argento, zinco, titanio, tungsteno e uranio, senza però dare i volumi.
Per quanto riguarda le terre rare – una categoria separata di elementi fondamentali per i veicoli elettrici, turbine eoliche e tecnologie della difesa – il rapporto MineralCommoditySummaries 2025 dell’U.S. Geological Survey, non include il Venezuela nella sua lista di Paesi con riserve significative in questi elementi.
Tutto questo non significa che le affermazioni sulle importanti ricchezze minerarie del Venezuela siano sbagliate. Infatti, nonostante il nome, le terre rare sono in realtà relativamente abbondanti nella crosta terrestre, anche se le concentrazioni variano.
Ma esiste una differenza nel metro di misura esternata dalla retorica dell’Amministrazione Trump e la natura irregolare dei dati ufficiali di Caracas, che sono tuttora non verificati.
Anche se assumiamo che l’Arco Minerario dell’Orinoco contenga ricchi giacimenti di minerali critici (e petrolio), gran parte di quell’area è di fatto senza legge e controllata da insorti.
Come ha riportato The Guardian lo scorso novembre, milizie ben armate – incluso l’Esercito Nazionale di Liberazione, il più grande gruppo guerrigliero attivo della Colombia – hanno preso il controllo di vaste aree di territorio e stanno supervisionando operazioni minerarie informali distruttive dell’ambiente, vendendo random i minerali che trovano – principalmente coltan e minerali di stagno – ad acquirenti cinesi.
In un contesto ad altro rischio come questo, le compagnie minerarie statunitensi (e non solo) difficilmente intraprenderanno operazioni di esplorazione.
Per ora Trump sembra essere più concentrato sulla ricchezza petrolifera del Venezuela, anche se il greggio pesante e acido del Paese è difficile da estrarre e costoso da lavorare.
L’idea che estrarre minerali critici possa fornire ulteriori entrate sia per il Venezuela che per gli Stati Uniti nel prossimo futuro è poco più che un sogno difficilmente realizzabile.




