Cosa vedere al cinema in questi primi mesi del 2026
L’inizio di un anno nuovo al cinema è sempre un momento di riflessione. Dopo il finale spettacolare del 2025 con Avatar 3 e Buen Camino che hanno trainato masse di spettatori, gennaio e febbraio 2026 rappresentano una transizione interessante: il cinema commerciale non abbandona la sala, ma si fa più riflessivo, più attento. Come se le luci dei cineasti europei e internazionali si accendessero proprio quando i blockbuster americani tirano il fiato.
Questi due mesi offrono un’opportunità rara: uno spaccato di come il cinema globale sta cercando di rispondere alle sfide contemporanee, non solo attraverso il genere e la spettacolarità, ma attraverso la riflessione, il dramma e la complessità narrativa. È il cinema delle stagioni dei premi, quello che dialoga con il presente senza fingere neutralità.
Il 2026 si annuncia come l’anno di grandi autori — Christopher Nolan tornerà con Odissea, Steven Spielberg prepara Disclosure Day — ma gennaio e febbraio sono i mesi dove l’Europa riconquista spazio. Paolo Sorrentino, Joachim Trier, Olivier Assayas: i nomi che contano nel cinema contemporaneo cercano di dire qualcosa sulla nostra epoca.
Ecco cinque titoli che meritano attenzione.
LA GRAZIA — Paolo Sorrentino (15 gennaio)
Paolo Sorrentino non è un regista che gira film per caso. La sua ultima opera, presentata alla Mostra del Cinema di Venezia, è stata anticipata da anteprime mattutine dal 25 dicembre al 1° gennaio — una scelta strana, quasi protettiva, come se Sorrentino volesse offrire il film al pubblico in una dimensione intima prima di consegnarlo alle folle.
La Grazia racconta la storia del Presidente della Repubblica italiana (Toni Servillo, Coppa Volpi a Venezia per la miglior interpretazione maschile) e di sua figlia (Anna Ferzetti). Non è una storia di potere nel senso tradizionale — non ci sono colpi di stato, intrighi parlamentari, crisi di governo. È una storia di cosa significhi occupare uno spazio di potere e di responsabilità quando le tue decisioni hanno peso, quando il privato e il pubblico si intrecciano in modo inestricabile.
Sorrentino è maestro nel trasformare la provincia italiana in paesaggio dell’anima. La sua Roma è sempre stata una Roma interiore, una mappa della coscienza. Questa volta il paesaggio è il palazzo presidenziale, gli studi televisivi, i corridoi del potere. Ma la domanda è sempre la stessa: cosa rimane di un uomo quando deve giocare un ruolo?
È il tipo di film che cresce nel tempo, che rimane. Perfetto per chi cerca il cinema che non dimentica di essere cinema — leggero, ironico, profondo.
SENTIMENTAL VALUE — Joachim Trier (22 gennaio)
Se La Grazia è un film sulla responsabilità del potere, Sentimental Value è un film sul peso della famiglia. Joachim Trier, il regista norvegese dietro film come La peggiore persona dell’universo, torna con un dramma familiare che ha già conquistato Cannes e continua a raccogliere riconoscimenti.
Otto candidature ai Golden Globe non sono casuali. Il film parla di qualcosa che resiste ai trend: la fragilità dei legami familiari, il modo in cui le generazioni si feriscono a vicenda senza quasi accorgersene, come se il dolore fosse naturale, inevitabile.
Il cast è stellare — Stellan Skarsgård, Elle Fanning, Renate Reinsve — ma il vero protagonista è la sceneggiatura di Trier, che conosce il linguaggio di quel dolore quotidiano che non fa rumore. È il film per chi ha una famiglia complicata, per chi sa che l’amore non è mai semplice.
È già nella shortlist per gli Oscar nella categoria Miglior Film Internazionale, ed è probabile che il pubblico italiano scoprirà perché. Non è un film facile, ma è un film vero.
CRIME 101 — Bart Layton (12 febbraio)
Se cercate il cinema di genere fatto bene, quello che sa di estetica e tensione, Crime 101 è il film che vi serve. Diretto da Bart Layton (il regista dietro il documentario The Imposter), è un thriller elegante costruito attorno a una premessa semplice ma efficace: un ladro magistrale sta organizzando il colpo più ambizioso della sua carriera.
Chris Hemsworth interpreta Davis, il ladro. Ma il film non è una storia di eroe. Davis è costretto a collaborare con Sharon (Halle Berry), un’assicuratrice disillusa che incarna il caos ordinato della burocrazia contemporanea. Insieme devono evitare Orman (Barry Keoghan), un rivale dai metodi molto più pericolosi, e il tenente Lubesnik (Mark Ruffalo), un investigatore che si avvicina alla verità.
È il tipo di film che ricorda perché il thriller funziona ancora, quando è costruito con precisione. Ogni personaggio ha una geometria propria, ogni scena serve a costruire tensione senza gridare. È il cinema che sa di mestiere, di persone che conoscono il loro lavoro.
Per chi ama il genere ma non vuole compromessi sulla qualità.
28 ANNI DOPO: IL TEMPIO DELLE OSSA — Nia DaCosta (15 gennaio)
Horror non è una parola che descrive bene questo film. È il capitolo finale della trilogia iniziata da Danny Boyle e Alex Garland nel 2002, e rappresenta uno strano incrocio tra il cinema di genere e il dramma umano.
La premessa è semplice: ventotto anni dopo l’infezione virale, i sopravvissuti continuano a lottare per l’esistenza. Ma il vero orrore non viene dai virus, ma dalla disumanità dei sopravvissuti. È un’evoluzione narrativa intelligente: il pericolo biologico diventa specchio di quello psicologico.
Ralph Fiennes guida un cast eccellente in questo scenario dove le regole del genere horror vengono piegate verso qualcosa di più complesso. Non è solo paura. È una riflessione su cosa rimane della civiltà quando l’ordine crolla.
Nia DaCosta (la regista dietro Captain Marvel: The Marvels) sa come mantenere la tensione senza sacrificare la profondità. È horror sofisticato, per chi vuole sentire il batticuore ma anche pensare.
IL MAGO DEL CREMLINO — Olivier Assayas (12 febbraio)
Olivier Assayas realizza un progetto ambizioso: trasformare il romanzo di Giuliano da Empoli in un grande film internazionale sul potere, la propaganda e la Russia.
Il protagonista è Vadim Baranov (Paul Dano), consigliere e stratega della comunicazione politica che assiste all’ascesa di Vladimir Putin (Jude Law). Non è una storia di intrighi, ma di come la verità diventa uno strumento di potere, di come la televisione e la propaganda modellano la realtà.
Assayas ricostruisce la Russia post-sovietica degli anni ’90, quel momento strano dove tutto poteva ancora cambiare e le regole del nuovo gioco non erano ancora scritte. È affascinante e inquietante: il film mostra come il potere contemporaneo si costruisce attraverso le immagini, attraverso il controllo della narrazione.
Con un cast di respiro globale (accanto a Dano e Law, Alicia Vikander), è il tipo di film che parla a un’audience internazionale senza perdere profondità.




