Pressioni russe sul fianco settentrionale: Gran Bretagna e Norvegia provano a farsi trovare pronte
Nelle acque fredde che separano la Groenlandia dalla Scandinavia, dove passano quei preziosissimi cavi che tengono in funzione Internet, l’energia e le comunicazioni transatlantiche, la geopolitica si muove sott’acqua. È lì che Gran Bretagna e Norvegia hanno da poco deciso di rafforzare la loro presenza militare, annunciando la creazione di una flotta navale congiunta pensata esplicitamente per contrastare l’attività dei sottomarini russi, sempre più intensa e fastidiosa.
L’accordo, firmato nella base della Raf di Lossiemouth, in Scozia, ha segnato un salto di qualità nella cooperazione internazionale tra Londra e Oslo.
Al centro del patto c’è una forza navale composta da almeno tredici fregate antisommergibile, nella proporzione di (minimo) otto imbarcazioni britanniche e cinque norvegesi, destinate a pattugliare uno dei corridoi marittimi più sensibili d’Europa. Si tratta di una risposta diretta, e per molti inevitabile, all’incessante intensificarsi delle operazioni russe nel Nord Atlantico e nelle acque artiche, dove, negli ultimi due anni, le incursioni navali di Mosca sono aumentate di circa il 30%.
La minaccia dunque non è astratta. Negli ultimi mesi diverse unità russe, compresa la nave-spia Yantar, sono state avvistate più volte vicino alle acque territoriali britanniche. Secondo le autorità di Londra l’obiettivo non sarebbe solo militare, bensì infrastrutturale, data l’importanza in loco di cavi sottomarini, gasdotti e reti elettriche, che costituiscono una dorsale vitale per l’economia europea, per la quale un eventuale sabotaggio avrebbe conseguenze immediate e difficilmente reversibili.
“Viviamo un momento di profonda instabilità globale” ha detto il primo ministro britannico Keir Starmer, sottolineando la necessità di agire insieme agli alleati per proteggere la sicurezza nazionale. Il messaggio è chiaro: la difesa del Regno Unito non può più fermarsi alle sue coste, ma passa dalla tutela di un sistema di infrastrutture che collega Europa e America, e nessuno può ancora fare finta di non capire, salvo che non scelga di sembrare meno acuto di quanto già non possa essere.
Il progetto navale del tandem anglo-norvegese poggia su basi industriali solide. Le nuove fregate saranno costruite in Gran Bretagna, nell’ambito di un accordo da circa 10 miliardi di sterline firmato già lo scorso settembre tra i due Paesi, mediante un tipo di investimento che rafforza non solo la capacità militare, ma anche il potenziale ruolo di Londra come fornitore chiave della sicurezza europea, in una fase in cui il governo britannico cerca di ricucire le relazioni strategiche con il Vecchio Continente dopo la Brexit.
Ad ogni modo, la cooperazione anti-russa non si limiterà al mare.
I Royal Marines britannici inizieranno ad addestrarsi regolarmente in Norvegia per operare in condizioni artiche estreme, mentre equipaggiamenti militari del Regno Unito verranno pre-posizionati sul territorio norvegese, così da consentire una risposta rapida in caso di crisi. Si tratta sicuramente di un segnale ulteriore di come la NATO stia rafforzando il suo fianco settentrionale, considerato sempre più esposto, ma anche forse di un campanello d’allarme: quanto è esposto – davvero – questo fianco?
Dietro l’accordo così attuato infatti si intravede una preoccupazione più ampia, per cui l’eventualità di un successo russo in Ucraina spinge i Paesi del Nord Europa a prepararsi a uno scenario in cui la deterrenza non è più solo un concetto teorico che divide i pragmatici responsabili dai populisti che sproloquiano di belligeranza: “quando le nostre acque e le nostre infrastrutture critiche sono minacciate, dobbiamo farci avanti”, ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa britannico John Healey.
Arrivati a questo punto, navigando nei mari del Nord, la “caccia all’Ottobre Rosso” è qualcosa di più di una citazione cinematografica, essendo in procinto di realizzarsi una componente concreta della nuova architettura di sicurezza europea, costruita sulla consapevolezza che le guerre del futuro potrebbero anche iniziare lontano dalla terraferma, nel silenzio delle profondità marine più strategiche.




