Continuano le esercitazioni cinesi nello Stretto
Pechino torna a mostrare i muscoli nello stretto di Taiwan. Continuano le esercitazioni militati cinesi attorno a Taipei che minano il delicato equilibrio dell’Indo-Pacifico. Non si tratta di semplici manovre militari, ma di veri e propri dispositivi geopolitici di intimidazione. Una dimostrazione di forza multilivello con cui Pechino cerca di soggiogare le potenze interne e scoraggiare quelle esterne ad intervenire nella regione in caso di crisi nello Stretto.
Il revisionismo autoritario: il problema dell’Indo Pacifico
Negli ultimi anni, l’Indo-Pacifico è diventato il principale teatro del confronto strategico tra l’ordine internazionale basato sulle regole e le ambizioni delle potenze revisioniste. Questi Stati mirano a modificare lo status quo, influenzare altri Paesi, esportare le proprie ideologie e consolidare sfere di influenza regionali.
La Repubblica Popolare Cinese ad oggi è la principale potenza revisionista di questo spazio. La sua postura regionale si manifesta attraverso intimidazioni militari e diplomatiche nei confronti di Paesi limitrofi come il Giappone, le Filippine, Taiwan e diversi attori del Mar Cinese meridionale. Recentemente Pechino ha ampliato l’uso di operazioni in area grigia, una combinazione di pressione militare, guerra psicologica, strumenti legali e interferenze politiche mirate a indebolire l’avversario senza oltrepassare formalmente la soglia del conflitto armato.
Insieme ad esse cresce l’utilizzo di strumenti giuridici ed extraterritoriali. È il caso del parlamentare taiwanese Shen Poyang, noto anche come Puba Sheng, preso di mira da iniziative legali e campagne di delegittimazione. Si tratta della cosiddetta giurisdizione a lungo raggio, una strategia con cui la Cina cerca di influenzare i Paesi vicini attraverso azioni che travalicano i confini nazionali. Intimidire rappresentanti eletti, scoraggiare il dissenso politico, sono tutte manovre già osservate nel modus operandi autoritario di Pechino.
Questo approccio affonda le sue radici negli assetti post-bellici della Seconda Guerra Mondiale. Taiwan è una piccola clausola in un Trattato, quello di San Francisco del 1951, con cui venne decisa la fine della guerra nel Pacifico, ma senza consultare la appena nata Repubblica Popolare Cinese.
L’imprecisata attribuzione giuridica di Taiwan è motivo di disputa che dura ancora oggi e che, nel Libro Bianco del 2022, Pechino ha voluto precisare non riconosce come sovrana, sostenendo l’illegittimità di tali assetti post-bellici, riaffermando l’obiettivo della “riunificazione della Cina nella Nuova Era”.
La fragilità politica interna di Taiwan e i nuovi vertici cinesi
A rendere il momento particolarmente delicato sono anche i cambiamenti interni alle due societá, cinese e taiwanese. A Taipei si respira una profonda aria di crisi mentre la pressione cinese aumenta: il presidente Lai Ching-te rischia l’impeachment, con un voto parlamentare previsto nei prossimi mesi. Una situazione che mette in serio pericolo la sovranità dell’isola.
Parallelamente, si rafforza il peso politico dell’opposizione. La leader del Kuomintang, storico partito nazionalista fondato da Chiang Kai-shek e rifugiatosi a Taiwan dopo la vittoria comunista in Cina, ha espresso l’intenzione di promuovere un dialogo diretto con Xi Jinping. Una posizione che riflette una crescente capacità di attrazione politica ed economica esercitata da Pechino su una parte dell’elettorato taiwanese, stanco di tensioni e isolamento diplomatico.
Le esercitazioni si collocano anche in una fase di profondo riassetto interno dell’apparato militare cinese. A dicembre è stato nominato un nuovo comandante responsabile delle operazioni militari, proveniente dall’aeronautica. Il messaggio è un’ulteriore segnale di forza: se è vero che la Cina detiene una grande marina militare, adesso l’attenzione si sposta sulle capacità aeree, dei droni e delle operazioni integrate. Il nuovo comandante arriva inoltre dopo una serie di purghe interne volute da Xi Jinping, che hanno colpito alti ufficiali accusati di corruzione o di scarsa lealtà politica.
Il fattore americano e quello giapponese
Taiwan rischia di trasformarsi sempre di più nel punto nevralgico di un’area fortemente a rischio. Il ministero della Difesa taiwanese ha confermato di aver rilevato un aumento significativo delle attività militari cinesi nelle zone circostanti l’isola. Attività che gli Stati Uniti seguono con attenzione. Washington ribadisce il proprio sostegno alla stabilità nello Stretto di Taiwan e alla libertà di navigazione in un’area cruciale per il commercio globale e per le catene di approvvigionamento tecnologico.
Taiwan ha risposto attivando le proprie procedure di sorveglianza e difesa, ribadendo il diritto dell’isola a mantenere il proprio sistema politico e la propria sicurezza. Il suo partner regionale principale, il Giappone, ha recentemente dichiarato di sostenere Taiwan dalle possibili ingerenze cinesi. La premier Sanae Takaichi ha richiamato apertamente il principio formulato dal defunto Abe Shinzo: un’emergenza a Taiwan è un’emergenza per il Giappone.
Secondo la premier una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe un impatto diretto sulla sopravvivenza stessa del Giappone e costituirebbe una crisi esistenziale ai sensi della legislazione nipponica. In tale scenario, Tokyo sarebbe legittimata a esercitare il proprio diritto di autodifesa, anche in forma collettiva.
Nel frattempo il rischio di escalation aumenta e ogni esercitazione è una dimostrazione di forza che rischia di spingere la regione verso una crisi sempre più aperta.




