The suspension of disbelief o sull’importanza di continuare a meravigliarsi
Nel 1817, in Biographia letteraria, Samuel Taylor Coleridge scriveva:
[…] venne accettato, che i miei sforzi dovevano indirizzarsi a persone e personaggi sovrannaturali, o anche romanzati, e a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica.
Questa volontaria sospensione dell’incredulità è ancora oggi, nell’era delle grandi tecnologie e del turbocapitalismo, ciò che ci salverà. Salvaguardare il mondo meraviglioso, illudendoci di credere a ciò che possibile non è, è in verità ciò che più ci permette di sopravvivere alla violenta realtà.

È pur vero che l’avvento dell’intelligenza artificiale ha fatto si che Asimov possa oggi essere letto più come un profeta che come un maestro di fantascienza, tuttavia, quando la realtà supera la fantasia, credere fermamente nella forza dell’immaginazione può permetterci di andare avanti.
Nella letteratura moderna, il concetto di sospensione dell’incredulità è molto conosciuto e altrettanto studiato e consiste nell’accettazione da parte del lettore del sovvertimento di alcune dettami logici: gli elefanti non volano; Dumbo si. E c’è poco da discutere, o si scende a compromessi con le regole dello scrittore o si decide di non partecipare al consesso narrativo, dunque, niente armadio per raggiungere Narnia e solo specchi infranti per Alice.

In fondo non è chiaro se una sia consequenziale all’altra o no, ma certo è che senza la volontaria sospensione dell’incredulità non potremmo godere di ciò che rende la letteratura immortale: il sense of wonder.
Non importa quanta fatica facciamo ad accettare che Polifemo abbia avuto un solo occhio al centro della testa o che Dante abbia visto dove Lucifero è infitto per l’eternità, ciò che davvero conta è ancora la meraviglia che proviamo quando quelle vive terzine riecheggiano dopo nella nostra testa suscitando sempre uno sgomento nuovo.

Ci fu un tempo, che forse non è mai finito, in cui il modo più sincero per raccontarsi la realtà passava attraverso la colorata lente dell’immaginazione e la fiaba diveniva foriera di scomode verità e violente realtà che nella loro nudità si svincolavano dai legacci del tempo e dello spazio:
“In un certo reame, in un certo Stato c’era una volta”: è in questo modo tranquillo ed epico che comincia la fiaba. La formula “in un certo reame” indica l’indeterminatezza spaziale del luogo dell’azione. “in un certo reame” è un topos della fiaba di magia e in un certo senso mette in chiaro che l’azione si compie al di fuori del tempo e dello spazio
Vladimir Propp, Morfologia della fiaba. Le radici storiche dei racconti di magia
Nessuno dunque schernisca il sognatore, il creatore di mondi, il poeta! Quando crederemo di sapere tutto, avremo ancora bisogno di sospendere, momentaneamente, il dubbio e… meravigliarci!




