Riscatto della laurea e finestre pensionistiche, il governo ritira la stretta
Nella mattinata di venerdì 19 dicembre il governo ha depositato un nuovo emendamento alla Legge di Bilancio che segna un netto passo indietro su una delle misure più contestate: quella che avrebbe “depotenziato” il riscatto della laurea come strumento per anticipare l’uscita dal lavoro. A darne notizia è stato il relatore del provvedimento, il leghista Claudio Borghi, che ha annunciato il deposito di un emendamento «che cancella la parte relativa alle pensioni, relativamente alle finestre e al riscatto della laurea, e sostituisce con una copertura che noi abbiamo individuato nell’Irap sulle banche specificando che è una clausola di salvaguardia».
La versione iniziale del testo aveva sollevato forti critiche perché prevedeva, a partire dal 2031, una progressiva “sterilizzazione” dei periodi riscattati ai fini della pensione anticipata: sei mesi nel 2031, dodici nel 2032, diciotto nel 2033, ventiquattro nel 2034, fino ad arrivare a trenta mesi dal 2035. In sostanza, pur restando formalmente possibile il riscatto della laurea, fino a due anni e mezzo di contributi versati non sarebbero stati utili per anticipare l’uscita dal lavoro. Una misura che avrebbe svuotato di significato gran parte del riscatto di una laurea triennale, rendendo marginale il beneficio per chi aveva sostenuto costi elevati proprio per andare in pensione prima.
A far esplodere le polemiche è stato soprattutto il rischio di retroattività. Dal testo originario si evinceva infatti che la nuova disciplina non avrebbe colpito solo chi avrebbe deciso di riscattare la laurea in futuro, ma anche chi lo aveva già fatto negli anni precedenti, contando su regole diverse per accedere prima alla pensione. Un’ipotesi che ha alimentato preoccupazioni e proteste.
Di fronte alle critiche, l’esecutivo ha corretto la rotta, in particolare sul nodo della retroattività. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta direttamente per chiarire che «nessuno che ha riscattato la laurea vedrà cambiata l’attuale situazione» e che «qualsiasi modifica dovesse intervenire varrà solo per il futuro», escludendo dunque tagli retroattivi.
L’emendamento ha inoltre cancellato un’altra misura contestata, quella relativa alle cosiddette “finestre” di pensionamento, ovvero l’intervallo tra la fine dell’attività lavorativa e l’erogazione effettiva della pensione. Se da un lato queste finestre hanno una funzione tecnica, dall’altro rappresentano un risparmio per lo Stato, che rinvia il pagamento di alcune mensilità. Per i lavoratori, però, possono tradursi in mesi senza reddito, soprattutto in assenza di risparmi sufficienti.
La proposta iniziale prevedeva un allungamento progressivo delle finestre a partire dal 2031: tre mesi per chi avesse maturato i requisiti entro quella data, con un incremento graduale fino a sei mesi nel 2035. Un intervento che avrebbe alleggerito i conti pubblici, ma a scapito dei nuovi pensionati, costretti a restare al lavoro o a vivere senza entrate per un periodo più lungo, in un contesto già segnato dall’aumento dell’età pensionabile e dei contributi richiesti.
Il maxiemendamento è ancora all’esame delle Commissioni Bilancio e una decisione definitiva non è stata ancora presa. Tuttavia, alcuni punti appaiono ormai certi: la penalizzazione del riscatto della laurea non sarà applicata retroattivamente; è probabile che la stretta venga eliminata del tutto o profondamente rivista; chi ha già riscattato la laurea, o lo sta facendo, non corre rischi immediati; eventuali nuove regole potranno valere solo per il futuro e solo dopo una riscrittura meno penalizzante.




