L’anello debole della pace in Medio Oriente
Il Medio Oriente ha già visto molte – troppe – strette di mano trasformarsi in fotografie destinate a ingiallire in fretta. Accordi annunciati come svolte storiche poi travolti dal primo shock geopolitico. È anche per questo che, mentre a Washington si discute di una possibile normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele, c’è un attore che resta ai margini del dibattito pubblico ma rischia di diventare decisivo: il Pakistan.
Durante la visita novembrina di Mohammed bin Salman negli Stati Uniti, l’aria che ha circondato i colloqui è stata quella delle grandi occasioni. Per l’amministrazione di Donald Trump, portare l’Arabia Saudita dentro il perimetro degli Accordi di Abramo significherebbe completare un disegno che nessun presidente americano è mai riuscito a realizzare. Per Israele sarebbe un riconoscimento di portata storica, capace di ridefinire gli equilibri regionali. Riad, però, si muove con cautela, consapevole di avere in mano una leva strategica straordinaria.
La normalizzazione con Israele, per l’Arabia Saudita, andrebbe a far parte di uno scambio piuttosto ampio. Riad chiede agli Stati Uniti garanzie solide: un patto di sicurezza formale, che sancisca l’impegno americano nella difesa del Regno, accesso privilegiato a sistemi d’arma avanzati e il via libera a un programma nucleare civile che, pur restando ufficialmente tale, amplierebbe in modo significativo le capacità tecnologiche saudite.
C’è però da sciogliere il nodo politico. I dirigenti sauditi ripetono che un riconoscimento di Israele non può prescindere da un percorso credibile verso la nascita di uno Stato palestinese. Non si tratta solo di diplomazia esterna, bensì di una condizione necessaria per rendere la svolta accettabile all’opinione pubblica araba e saudita, in una regione ancora profondamente segnata dal conflitto israelo-palestinese.
Intanto a Gerusalemme prevale un realismo calcolato. La prospettiva di una normalizzazione con l’Arabia Saudita viene vista come uno spartiacque strategico, tale da giustificare una maggiore flessibilità su dossier tradizionalmente sensibili. Se Washington garantisce l’accordo, Israele difficilmente si opporrà alla cooperazione militare e nucleare tra Stati Uniti e Riad, purché resti intatto il suo vantaggio militare qualitativo.
Le concessioni politiche ai palestinesi restano però chiaramente il punto più delicato. L’attuale governo israeliano non è incline a passi significativi, ma sa che una “pace fredda” con il Regno saudita sarebbe comunque preferibile al perpetuarsi di uno stallo che limita le sue opzioni strategiche.
Per Donald Trump l’operazione ha anche una forte valenza personale. Ottenere ciò che i suoi predecessori non hanno mai raggiunto rafforzerebbe la sua immagine di negoziatore globale e riaffermerebbe il ruolo centrale degli Stati Uniti in una regione sempre più contesa da Cina e Russia. Non a caso, la Casa Bianca ha già segnalato una disponibilità inusuale su temi come la cooperazione nucleare civile e la fornitura di armamenti avanzati.
Il messaggio a Riad è diretto: Washington è pronta a spingersi oltre, se l’Arabia Saudita è disposta a fare altrettanto.
In questo quadro si inserisce un elemento spesso sottovalutato: il corridoio economico India–Medio Oriente–Europa (IMEC). Per bin Salman questo non è assolutamente un progetto secondario, anzi si tratta di uno dei pilastri della trasformazione economica e geopolitica del Regno. L’Imec promette di collegare Asia ed Europa attraverso il Golfo, riducendo la dipendenza dalle rotte tradizionali e rafforzando i legami con India e Unione europea.
Ergo, la normalizzazione con Israele è cruciale anche per questo: senza relazioni diplomatiche e integrazione infrastrutturale con Tel Aviv, il corridoio non può funzionare nella sua versione più ambiziosa. Agli occhi di Washington, inoltre, l’Imec rappresenta uno strumento per controbilanciare l’influenza cinese sulle grandi direttrici commerciali globali.
Ed è qui che entra in scena il Pakistan. Nel 2024 Riad e Islamabad hanno firmato un patto di difesa reciproca che prevede assistenza in caso di aggressione esterna. Formalmente, un rafforzamento di una relazione storica. Sostanzialmente, una fonte di ambiguità in un momento in cui l’Arabia Saudita cerca di costruire una nuova architettura di sicurezza fondata sugli Stati Uniti e aperta a Israele.
Il problema non è più dunque solo geopolitico, ma strutturale. Il Pakistan ha una lunga storia di politica estera segnata da ambiguità strategica, uso strumentale delle crisi e un rapporto complesso con il rischio nucleare. A questo si aggiunge una forte instabilità interna e un sentimento anti-israeliano diffuso, sia nell’opinione pubblica sia in ampi settori dell’establishment.
In uno scenario di crisi, anche solo retorica, il patto di difesa con l’Arabia Saudita potrebbe dunque essere evocato come leva politica, complicando la posizione di Riad nei confronti di Washington e Gerusalemme.
L’ambiguità diventa particolarmente problematica se si guarda alla logica di un futuro patto di sicurezza Usa–Arabia Saudita. Gli Stati Uniti puntano a una struttura coerente, che integri Israele e limiti le zone grigie. Il legame stretto con il Pakistan invece va nella direzione opposta, soprattutto alla luce dei rapporti di Islamabad con la Cina e delle preoccupazioni legate alla condivisione di tecnologie sensibili.
Per Israele, il problema è evidente: accettare che un partner strategico saudita mantenga un vincolo di difesa con un Paese ostile e imprevedibile significa convivere con un fattore di instabilità permanente.
La normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele resta possibile. Ma per essere duratura dovrà poggiare su fondamenta solide. Questo implica scelte chiare, tra cui la centralità del legame con Washington, trasparenza sulla cooperazione con il Pakistan e garanzie che il patto di difesa non possa trascinare Riad in dinamiche incompatibili con il nuovo assetto regionale.
Il Medio Oriente non ha certo bisogno di un altro successo diplomatico effimero. Se questa finestra storica deve davvero aprire una nuova fase, servirà meno ambiguità e più chiarezza strategica, perché un accordo che ignora il peso del Pakistan rischia di trasformarsi, ancora una volta, in una promessa fragile.




