Le storie del Mediterraneo Corsaro: i destini di rinnegati, martiri e schiavi
Lontano dalla retorica organicistica di un Mediterraneo forzatamente unitario, le sue acque sono rivelatrici di esistenze umane vibranti, frammenti di vicende individuali che si rispecchiano nella complessità di fenomeni di amplia vastità ed echi interconnessi.
Per citare il linguaggio ermetico e allo stesso tempo illuminante di Gadda, il Mediterraneo è gnommero, groviglio di fili, gomitolo di storie, mai sola entità solida, ma liquidità, in cui una goccia, come una monade, rappresenta il tutto nella sua individualità specifica.
Le interconnessioni mediterranee sono storicamente molteplici e caleidoscopiche, dalle imbarcazioni di mercanti, alle galere da guerra fino alle navi corsare. Un’epopea quella della navigazione mediterranea che avvinghia a sé tre poli cardine dell’agire umano: l’economico, il bellicistico e il religioso.
Così questo mare ci appare intriso di quella vitalità che nei dialoghi con Leuco, Pavese sintetizza in modo crudo e poetico allo stesso tempo, un Mediterraneo intriso di “sangue e sperma”. Il primo dato dalla violenza, dal conflitto, dai corpi che giacciono inermi sul fondale gridando muti, e il secondo forza vitale che genera vita e dalle cui acque, come Venere, sorge dalla spuma il principio dell’esistenza.
Il Mediterraneo Corsaro: un percorso storico
Un quadro su cui riflette con cura e la specificità della ricerca storica, Giovanna Fiume, nel suo ultimo libro edito da Carocci, “Mediterrano Corsaro”. Proprio il fenomeno della corsa assume, nel suo acme tra 1500 e 1600, un carattere unico e caratteristico, in grado di divenire centro di interconnessione tra l’Europa continentale, la spagna imperiale e le reggenze barbaresche del Nord Africa sotto il controllo ottomano.

Le attività dei corsari mediterranei, sia cristiani che musulmani, costituiscono, come spiegato con alta capacità ricostruttiva da Giovanna Fiume, un legame che non solo connette trasversalmente attività economica/commerciale e militare ma anche ecosistemi umani differenti tra i due continenti opposti, l’Europa e l’Africa.
Così le reggenze barbaresche di Algeri e Tunisi divengono, grazie al bottino schiavistico catturato dalle navi corsare, un esplosione di accenti e nazionalità, dal Nord Europa all’Italia, dalla Spagna alla Francia. Allo stesso tempo Livorno, la Sicilia ed in particolare Malta, divengono importanti snodi logistici di schiavi, risuonando degli accenti arabo-berberi dell’Ifriqiya.
La schiavitù dei captivi mediterranei, con caratteristiche specifiche che la differenziano in modo determinante da quella atlantica, diviene, nella sua drammaticità, non solo momento di confronto intra-religioso con fenomeni diffusi di conversione e apostasia, ma fenomeno economico con un’ampia catena del valore in grado di attivare molteplici soggetti privati ed governativi.
Dai consoli di rappresentanza delle singole nazioni ospitate nelle reggenze, agli ordini religiosi adibiti espressamente alla valutazione e ottenimento del riscatto, fino a filiere di intermediari privati in grado di collegare molteplici città dell’arcipelago mediterraneo.
La fede di rinnegati e convertiti
Sullo sfondo del conflitto tra impero spagnolo e quello ottomano, emergono vicende umane di sofferenza, avventura e coraggio come anche di fede e conversione. La religione diviene elemento non secondario in questa dinamica, dando luogo anche a casi di sincretismo tra cristianesimo ed islam. La conversione aprirà nell’impero ottomano la strada a figure importantissime per le vicende storiche del divano di istanbul, come nel caso del rinnegato calabrese, Uccialli o Uluç Alì, divenuto grande ammiraglio della flotta del Sultano.
“Usanza de guerra y mudanza de fortuna” recitava un motto corsaro in lingua franca per sottolineare come il destino fosse cangiante e mutevole, una sorte in balia delle onde e della spuma salata come quelle del Mediterrano.




