La galassia delle immagini: il sogno (turbolento) di George Lucas prende forma a Los Angeles
Il Lucas Museum of Narrative Art — il museo sognato da George Lucas insieme a sua moglie Mellody Hobson — sembra finalmente prossimo al traguardo dopo una marcia lunga e tormentata: l’apertura ufficiale è fissata per il 22 settembre 2026 a Los Angeles, nel quartiere di Exposition Park. Dal concept originale — un omaggio alla “narrative art”, ovvero a quel modo di raccontare visivamente che dall’illustrazione al fumetto, dalla fotografia al manifesto cinematografico, cerca di riflettere l’anima collettiva — il museo aspira a diventare un “tempio dell’arte popolare”.
All’interno di una struttura di 300.000 piedi quadrati (circa 28.000 metri quadrati) progettata dallo studio MAD Architects di Ma Yansong, il museo offrirà ben 35 gallerie, spazi per il cinema, l’educazione, la ricerca, oltre a caffè, aree relax, giardini e spazi comunitari.
La collezione permanente — con oltre 40.000 opere — comprende capolavori e testimonianze di epoche e linguaggi diversi: illustrazioni ottocentesche e moderne, fumetti, illustrazioni per libri per l’infanzia, fotografie documentarie, poster cinematografici e arte pop. Fra gli autori già annunciati ci sono nomi che vanno da Norman Rockwell a Frida Kahlo, da autori di fumetti come Jack Kirby e Alison Bechdel ai fotografi documentaristi come Dorothea Lange. E naturalmente non mancherà uno spazio dedicato agli archivi cinematografici di Lucas: concept-art, modelli, costumi, oggetti di scena — un ponte evidente tra immaginari visivi “popolari” e universo filmico. Eppure, nonostante l’entusiasmo per l’apertura, il progetto non è privo di segnali d’allarme.
Negli ultimi mesi, infatti, il museo è stato scosso da una serie di cambiamenti organizzativi e tagli al personale: a marzo 2025 l’ex direttore e CEO Sandra Jackson-Dumont ha lasciato l’incarico, sostituita in via temporanea da un nuovo assetto che ha affidato la direzione dei contenuti a Lucas e la guida operativa a Jim Gianopulos. A maggio dello stesso anno, circa il 14 % dei dipendenti a tempo pieno (e altri part-time) sono stati licenziati: molti provenivano dal settore educativo e di programmazione pubblica.
Ma l’ultima frattura arriva ora: la curatrice capo Pilar Tompkins Rivas ha annunciato l’addio all’istituzione, e al momento non sono previsti sostituti. Il suo ruolo — quello di curare la direzione artistica e la collezione — sarà preso in carico direttamente da George Lucas. Tutto questo trasforma la prospettiva sul museo: da un lato, la concreta realizzazione di un’idea coraggiosa. Dall’altro, le domande su quanto un progetto così ambizioso e inclusivo — destinato a celebrare la potenza narrativa dell’arte visiva — possa resistere a tensioni interne, cambiamenti continui e compromessi organizzativi. Se il museo aprirà davvero nel 2026 e riuscirà a proporre quelle visioni di racconto visivo che lo fondano, potrebbe rappresentare una riscrittura significativa del valore della “pop culture” nel panorama museale globale. Se invece le fatiche interne prevarranno, rischia di diventare un’ambizione che non saprà decollare pienamente.




