Siria: a un anno dalla caduta di Assad
A un anno dalla caduta di Bashar al-Asad la Siria è ormai nel caos. Il dopo-Asad si prospetta come un mosaico di milizie e fazioni locali in cui la stabilità è qualcosa di lontano. Il nuovo leader, Ahmad al-Shara’a, è debole, storicamente protetto dalla Turchia, dipendente adesso dagli USA. Con un potere centrale così fragile e dopo che Iran e Russia si sono ritirati dalla spartizione siriana, a dominare sono i due attori regionali per eccellenza: Israele e Turchia.
Il primo effettua incursioni costanti nel sud-ovest della Siria, nelle province di Quneitra e Daraa e al confine con le alture del Golan, zona, quest’ultima, che usa come cuscinetto per eventuali infiltrazioni di gruppi ostili. La seconda, invece, si posiziona a nord, controllando Aleppo e altre zone lungo il confine turco. Le aree sotto l’amministrazione di Ankara sono città e regioni come Azaz, al-Bab, Jarablus, oltre che territori lungo il corridoio che va da Ras al-Ain fino a Tallinn Abyad.
Il caso di Beit Jinn e la strategia israeliana
Damasco ormai è la capitale di uno Stato solo sulla carta. La vera domanda dunque resta chi governa realmente la Siria? Il vuoto di potere generato dall’uscita di scena di Bashar al-Asad ha eliminato qualsiasi tipo di meccanismo di successione e fatto spazio alla massimizzazione degli interessi di Stati limitrofi che a forza spingono per entrare.
Beit Jinn, una zona al confine con Israele e il Libano, rappresenta alla perfezione ciò che sta accadendo nel Paese. Come fosse un teatro in miniatura, Beit Jinn raccoglie milizie locali indipendenti, ex gruppi antigovernativi, forze israeliane e reti criminali che gestiscono caoticamente il territorio. In esso si concentrano tutti gli elementi della Siria post-Asad: debolezza dello Stato centrale, presenza di potenze straniere e una popolazione civile vulnerabile e spesso la più colpita.
Il recente attacco israeliano ai danni di 13 civili, tra cui bambini e numerosi feriti, ha evidenziato come lo Stato siriano non controlli più la zona. L’operazione, mirata ad arrestare presenti membri dei gruppi armati locali, ha destato le proteste di Damasco. Israele si è mossa e si continua a muovere nella consapevolezza di non incontrare una resistenza reale da parte del Paese. Le autorità siriane hanno infatti inviato funzionari diplomatici sul posto, ma senza potersi esporre in maniera ferma.
Per Israele una Siria frammentata è un vantaggio e la possibilità di estendere la propria presenza intorno alle pendici del monte Hermon e consolidare la propria pretesa sulle Alture del Golan e cooperare in ottica anti-Hezbollah sul confine siriano con il Libano.
Ankara sceglie la stabilità
Dall’altro lato la Turchia fa l’opposto: vuole stabilità, una Siria che funzioni, ma sotto la sua influenza. Inglobare parti della Siria settentrionale rientra nel proprio disegno geopolitico insieme alla volontà di ridurre l’influenza di Teheran sulla costa siriana.
La stretta turca si estende fin nell’esercito. Oltre a usare Al-Shara’a come interlocutore, un altro obiettivo di Erdogan è includere le forze curde nella manovalanza di Damasco per controllare indirettamente l’assetto militare siriano e ottenere un vantaggio rispetto a Washington e Mosca.
La rivalità con Tel-Aviv misura la temperatura delle tensioni regionali e la vulnerabilità dei civili. In questo contesto la stabilità appare ancora lontana e la ricostruzione di un Paese devastato richiede non solo mediazioni politiche ma anche una reale presenza di autorità in grado di esercitare controllo e garantire sicurezza. La Siria rimane, oggi più che mai, uno specchio del delicato equilibrio medio orientale tra interessi regionali e aspirazioni della sua popolazione, dove ogni passo verso la pace sarà lungo, fragile e complesso.




