Giappone e Cina: analisi di una nuova fase di tensione nel Pacifico
Le relazioni tra Cina e Giappone hanno raggiunto di nuovo il baratro. Sono bastate le parole della nuova premier nipponica Sanae Takaichi secondo cui un eventuale attacco cinese a Taiwan costituirebbe una “minaccia alla sopravvivenza” del Giappone, formula che permetterebbe a Tokyo di impiegare le proprie Forze di autodifesa anche senza essere colpita direttamente.
Pechino ha risposto in modo durissimo, chiedendo alla premier di ritrattare e richiamando la memoria della Seconda guerra mondiale, mentre ha imposto nuove restrizioni alle importazioni di prodotti giapponesi e denunciato presunte attività di spionaggio nipponiche.
La memoria storica e la narrazione cinese
La narrazione storica cinese, che vede il Giappone come aggressore e Taiwan come territorio legittimamente da riunificare, continua a essere uno strumento politico centrale per il Partito comunista. Per la Cina, il conflitto con il Giappone resta uno dei cardini del proprio immaginario nazionale: la “resistenza all’aggressione giapponese” costituisce una pietra angolare del nazionalismo contemporaneo e dello stesso potere del Partito comunista.
La vicenda di Taiwan, sottratta alla dinastia Qing dal Giappone nel 1895 con il trattato di Shimonoseki e trasformata in colonia fino al 1945, alimenta questa narrativa.Il richiamo a tale passato è tornato prepotentemente durante la parata militare dello scorso settembre, quando Xi Jinping ha celebrato l’ottantesimo anniversario della fine delle ostilità contro Tokyo.
La nuova fase di escalation
Il deterioramento del clima politico ha avuto ricadute immediate: dal nuovo blocco alle importazioni cinesi di prodotti ittici giapponesi, all’interruzione dei negoziati sulla riapertura del mercato cinese alla carne nipponica. Fino a giungere a inviti di Tokyo ai propri cittadini in Cina a mantenere “massima cautela” e persino a comunicazioni ufficiali cinesi su presunte attività di spionaggio giapponese. Segnali che delineano una fase di gelo diplomatico e commerciale oltre che di rivalità strategica.
In questo nuovo momento, le dichiarazioni di Takaichi, più che rivelare novità, giungono a mostrare una crescente incertezza: per Tokyo, l’affidabilità dell’ombrello di sicurezza statunitense non è discutibile.
Elementi che alimentano le preoccupazioni giapponesi sono il rapporto di Washington con Xi, che potrebbe trasformarsi più che un’intesa solamente economica, un’intesa geopolitica.
Inoltre la Casa Bianca ha avviato un trasferimento di tecnologie sensibili alla Corea del Sud per sottomarini a propulsione nucleare, scelta che Tokyo non gradisce a causa della storica rivalità con le due Coree. Per il Giappone, dunque, appare cruciale capire come aggiornare la propria postura militare senza rinunciare alla ripresa economica né incrinare i rapporti con gli Stati Uniti.
Una Cina più assertiva e un Giappone più imprevedibile
Dal punto di vista cinese, l’attuale comportamento giapponese aumenta i rischi strategici sul fronte settentrionale. Una crisi nella penisola coreana, ad esempio, potrebbe distogliere l’attenzione di Pechino da Taiwan proprio in un momento cruciale.
Le tensioni potrebbero presto peggiorare: Pechino potrebbe imporre restrizioni all’export di terre rare verso il Giappone oppure la pressione attorno alle isole Senkaku/Diaoyu, contese tra i due paesi, potrebbe intensificarsi.
La combinazione di difficoltà americane, insicurezze giapponesi e crescente fiducia cinese alimenta un quadro di forte instabilità nel Pacifico. E le parole della premier Takaichi potrebbero essere solo il preludio a una fase ancora più tesa nei rapporti sino-giapponesi: un equilibrio in cui ogni dichiarazione, sanzione o incidente navale rischia di trasformarsi in un nuovo focolaio di scontro.




