Dividendi, la manovra 2026 cambia le regole: stretta fiscale sulle partecipazioni sotto il 10%
Una modifica attesa dagli addetti ai lavori, temuta da investitori e piccoli soci, e destinata a far discutere. La manovra di bilancio 2026 interviene con decisione sulla fiscalità dei dividendi, modificando per la prima volta dal 2003 il meccanismo dell’esenzione parziale introdotto con la riforma Tremonti. L’articolo 18 del disegno di legge riscrive infatti il regime delle partecipazioni di minoranza, incidendo in maniera significativa su chi detiene quote inferiori al 10% del capitale sociale.
Ad oggi i dividendi percepiti da soggetti Irpef imprenditori concorrono alla formazione del reddito imponibile per il 41,86%, mentre per le società sottoposte a Ires l’esclusione è ancora più ampia, pari al 95%. Si tratta di un impianto pensato per evitare un fenomeno di doppia tassazione: gli utili vengono colpiti una prima volta quando generati dalla società e una seconda volta al momento della distribuzione ai soci. Per oltre due decenni il principio ha rappresentato un pilastro di neutralità fiscale, volto a non disincentivare l’investimento in capitale di rischio.
La nuova norma, però, introduce una differenza significativa basata sulla soglia del 10%. Qualora la partecipazione detenuta sia inferiore a tale limite, il dividendo verrà tassato integralmente, senza più alcuna quota di esenzione. Per i soggetti Ires questo significa che il beneficio della tassazione limitata al 5% del dividendo verrà meno: l’intero importo confluirà nel reddito imponibile e sarà colpito con l’aliquota ordinaria del 24%. In altre parole, la tassazione effettiva per i piccoli partecipanti schizzerà dall’attuale 1,2% al 24%, un incremento che cambia radicalmente la convenienza fiscale di tali forme di investimento.
Secondo la relazione tecnica allegata al provvedimento, l’intervento garantirà allo Stato un incremento strutturale di gettito: 983 milioni di euro nel 2026, destinati a salire a 1,071 miliardi nel 2027 e a 1,080 miliardi nel 2028. Risorse considerate essenziali per sostenere altre misure della manovra, ma che hanno immediatamente acceso il confronto politico.
Forza Italia si oppone apertamente alla scelta, definendola un “aumento abnorme della tassazione” e un ritorno alla doppia imposizione sugli utili. Il responsabile economico del partito, Maurizio Casasco, avverte che la misura rischia di penalizzare investimenti e competitività del sistema imprenditoriale italiano. Gli azzurri chiedono che venga mantenuta l’attuale tassazione dell’1,2%, e fonti parlamentari lasciano intendere che sia la premier Giorgia Meloni sia il ministro Giancarlo Giorgetti siano disponibili a valutare un correttivo.
La stretta fiscale sui dividendi rappresenta un cambio di rotta significativo nella politica economica italiana, con potenziali ricadute sulla struttura societaria e sul ruolo degli investitori di minoranza. Preoccupazioni arrivano anche dal mondo delle holding. Assoholding, l’associazione che rappresenta le società di partecipazione italiane, mette in guardia sulle possibili ripercussioni del nuovo regime. In un comunicato, l’organizzazione evidenzia che l’intervento rischia di produrre effetti sistemici significativi, segnando un arretramento rispetto ai principi di stabilità e coerenza che hanno guidato la politica fiscale negli ultimi decenni.
L’associazione ricorda come l’impianto introdotto nel 2003 con la riforma Ires — e in particolare con il meccanismo della dividend exemption — fosse stato concepito per assicurare neutralità fiscale lungo la catena partecipativa e scongiurare fenomeni di doppia imposizione. La revisione proposta dal Governo, sostiene Assoholding, finirebbe per stravolgere un equilibrio che ha garantito certezze e competitività al sistema imprenditoriale italiano per oltre vent’anni, creando incertezza e potenziali distorsioni negli investimenti societari.




