Chiusi, ventre dell’Etruria: tra tombe, tombaroli, sacro e profano .
Chiusi non è solo una città toscana. È un ventre. Un labirinto sotterraneo dove, da secoli, uomini e donne scendono con rispetto, paura o avidità. È uno dei cuori dell’Etruria, la terra dei canopi che riproducono i volti dei defunti, dei banchetti dipinti sulle pareti, delle stanze funerarie scavate nella roccia tenera del tufo.
Qui la morte non fu mai silenzio: fu rito, fu colore, fu promessa d’eternità.
Le tombe etrusche: un mondo sotterraneo che parla
A Chiusi, il visitatore moderno incontra un patrimonio raro. La Tomba della Scimmia con i suoi affreschi di danzatori e animali esotici, la Tomba del Leone con i guardiani dipinti a protezione del sonno eterno, la Tomba della Pellegrina con il suo misterioso ciclo figurativo: ogni ipogeo è un libro di pietra.
Gli archeologi entrano in questi spazi come in cattedrali sotterranee. Raccolgono polvere, silenzi e segni: ogni frammento di ceramica racconta commerci, ogni osso riporta gesti di un banchetto, ogni colore è un frammento di liturgia.
Chiusi ha fatto della sua necropoli non un reliquario, ma un corpo vivo: dal Museo Archeologico Nazionale, che custodisce urne e canopi unici, fino alle visite guidate in profondità, che restituiscono ai vivi la voce dei morti.
I tombaroli e l’altra faccia di Chiusi
Ma la stessa ricchezza che ha fatto grande Chiusi l’ha anche esposta a secoli di violazioni. Il territorio è stato, nel tempo, teatro di scavi clandestini. I tombaroli hanno imparato a riconoscere i segni: un avvallamento, un cambio di colore del terreno, un soffio d’aria che filtra da sotto.
Marco Faraoni, in Tombaroli per caso, lo ricorda bene: «Bastava appoggiare l’orecchio alla terra e sentire il vuoto. Quel vuoto ti chiamava. Non erano casseforti da scassinare, erano porte sull’altro mondo.»
Per molti abitanti della Valdichiana, scavare fu un modo di sopravvivere. Non esisteva l’archeologia pubblica come la conosciamo oggi: esistevano la curiosità, la povertà, il mercato nero pronto ad assorbire ogni oggetto. Le tombe non erano solo luoghi sacri: erano tesori da scoprire, rischiando maledizioni e denunce.
Antiche leggi, antiche paure
Il gesto del tombarolo non è nuovo. Già i Romani punivano il crimen violati sepulchri. Le leggi parlavano chiaro: chi profanava una sepoltura violava l’ordine divino e civile. Alcune iscrizioni maledette, rinvenute anche in territorio etrusco, invocavano la furia degli dèi contro chi osava turbare i defunti.
A Chiusi queste ombre sembrano ancora sospese. C’è chi racconta di notti passate in campagna, quando i vecchi dicevano ai ragazzi: «Non si entra in una tomba senza che gli spiriti lo sappiano». Il timore era tanto quanto la tentazione.
Linea temporale dei ritrovamenti e saccheggi a Chiusi
Metà del XIX secolo: primi scavi archeologici sistematici, tra cui la scoperta della Tomba della Scimmia, che finirà in parte in collezioni private europee. Fine XIX – inizio XX secolo: proliferano gli scavi clandestini, spesso condotti da contadini locali durante lavori agricoli; molti reperti finiscono in mercati privati di Firenze, Londra e Parigi.
Anni ’60-’70: ondata di tombaroli con tecniche più “professionali”; alcuni corredi etruschi vengono intercettati da forze dell’ordine e riportati al Museo Archeologico Nazionale di Chiusi. Anni ’90: intensificazione dei controlli e recupero di urne, sarcofagi e canopi finiti sul mercato illecito; nascono percorsi di tutela e musealizzazione dei principali ipogei visitabili.
Oggi: Chiusi è un modello di accesso legale e scientifico alle necropoli; mostre, visite guidate e studi archeologici permettono di comprendere la storia senza distruggerla.
Questa linea temporale restituisce la complessità di un territorio che è stato al tempo stesso custode e vittima del suo passato.
Alice Rohrwacher, con La Chimera, ha scelto Chiusi e la Toscana come paesaggio interiore. Il film non mostra solo i tombaroli come ladri, ma come uomini che si muovono tra nostalgia e colpa. Il protagonista Arthur cerca, scavando, non solo reperti ma una donna perduta.
E così Chiusi, con le sue tombe, diventa metafora: un luogo dove la terra custodisce ciò che non si può più avere, e dove ogni violazione è un tentativo disperato di riabbracciare l’invisibile.
Gli archeologi: custodi della seconda vita
Oggi gli archeologi e i custodi del Museo Nazionale di Chiusi ricordano che ogni reperto strappato al contesto perde senso: «Un canopo senza la sua tomba è un’anfora senza vino. Bello, ma vuoto», ha detto un tempo un direttore del museo.
La città ha scelto un’altra strada: aprire, raccontare, mostrare legalmente ciò che è stato sepolto. I percorsi sotterranei, le visite guidate, le mostre: tutto serve a restituire ai morti la dignità della memoria, e ai vivi la possibilità di conoscere senza distruggere. Chiusi è il paradigma di un’Italia intera: un paese che ha visto i suoi tesori profanati e venduti, ma che conserva ancora la forza di custodire. È città etrusca, città violata, città che resiste.
Forse i tombaroli hanno amato Chiusi a modo loro, entrando dove non dovevano entrare, cercando ciò che non avrebbero mai dovuto toccare. Ma oggi la città, con i suoi musei e i suoi ipogei, ci ricorda che la vera ricchezza non è portare via, ma restare a guardare.
L’arte , i suoi orpelli e i cimeri funebri, vivono nelle viscere delle terra. Un urlo muto implode alla loro scoperta.




