Piaggio Aerospace-Baykar: affare fatto
Finalizzata la vendita della Piaggio Aerospace alla società turca Baykar, azienda per la produzione di aeromobili a pilotaggio remoto e sistemi di comando e controllo. Il trasferimento coinvolge i due complessi aziendali leader nel settore della difesa ed in particolare della Piaggio Aero industries e Piaggio Aviation, le due società, finora in amministrazione straordinaria, che operano sotto il marchio Piaggio Aerospace. Conclusione di una trattativa che si pone a valle di una storia colma di successi ed orgoglio nazionale, tristemente violentata dalla crisi degli anni Novanta prima, e la più recente poi, che hanno portato ad un progressivo smantellamento dell’impianto umano ed ingegneristico dell’azienda, ad oggi sarcofago di un’eccellenza che Ankara vuole riportare alla luce. È con grandissima soddisfazione che il ministro Adolfo Urso dà atto della conclusione dell’affare, dopo che già lo scorso dicembre il governo aveva dato il via libera alla cessione, nell’abito dei cc.dd Golden Powers che hanno informato la gestione di una questione tanto delicata. La società simbolo di eccellenza italiana si trovava infatti in amministrazione straordinaria, richiesta dalla stessa proprietà-interamente saudita- per fronteggiare una crisi ormai irreversibile. Con rammarico si guarda allora a quel 1884, quando Rinaldo Piaggio a Sestri Ponente diedero vita ad un gioiello di cui non poterono prevedere la storia illustre che ha accompagnato gli sviluppi del nostro Paese. Dapprima il settore ferroviario, poi l’aviazione; la iconicissima vespa del 1949 fino alla scissione in due società nel 1964, seguendo le due strade della produzione aeronautica e della Vespa. In una prospettiva neutrale di sviluppo economico, questa cessione può certamente essere accolta con grande entusiasmo per l’approdo di capitali in grado di rivitalizzare un’eccellenza italiana ed il suo patrimonio conoscitivo, per riportare il marchio al posto che naturalmente gli spetta; d’altro canto non può del tutto trascurarsi l’amarezza per l’ennesimo intervento di capitali esterni, quasi come deus ex machina per recuperare il salvabile, ma non di rado poco allineati con gli interessi economici e sociali del Paese. Triste allora vedere ancora una volta un’azienda italiana che non possa più reggersi sulle proprie gambe, d’altronde già dal 2014 quando Mubadala Development Company, fondo sovrano presieduto dal principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle Forze Armate, sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, detiene il 98,05% del capitale sociale. Al di là di questi profili riflessivi, poco rilevanti per la attuale economia, confortiamoci con le parole del ministro Urso, che con il petto gonfio sottolinea: «Così si rilancia un marchio storico». D’altronde la attuale proprietà turca si è espressa in termini di pieno allineamento rispetto alle esigenze occupazionali e qualitative della realtà italiana, mostrando una prima attenzione in tal senso tramite la nomina del nuovo AD italiano, Giovanni Tomassini. Che tutto ciò sia trampolino per uno slancio verso l’eccellenza, sia pure ad un prezzo che a malincuore è inevitabile pagare.




