Bestiario bibliofilo. Imprese di animali nelle marche tipografiche dal XV al XVIII secolo (e altro).
È una storia di draghi, api, sirene e centauri; di delfini sognanti, di corvi torvi, ma anche astici annoiati e struzzi stilizzati. Non parla di zoologia o tassonomie fantastiche, ma la sua materia sono i sogni e il destino. E nonostante sia fatta principalmente di “bestie” e “mostri” quella che racconta è una vicenda di vite e visioni spiccatamente umane. Sono queste le caratteristiche che accompagnano la fuga fantastica nel mondo delle marche tipografiche protagoniste dell’ultimo saggio di Hans Tuzzi: “Bestiario bibliofilo. Imprese di animali nelle marche tipografiche dal XV al XVIII secolo (e altro)” (Ronzani editore).
Una enciclopedia breve di divagazioni e vezzi che raccoglie tutte quelle immagini, icone, creazioni che hanno rappresentato l’identità, il mantra, e spesso il mito delle maggiori case editrici nella storia. Dallo struzzo di Einaudi alla rosa di Mondadori, dal pesce rosso di Scheiwiller, alla coppia umana di Adelphi. Immagini iconiche la cui storia e simbologia ha accompagnato le imprese dell’editoria italiana (e non) come una sorta di “zodiaco letterario”. Con i suoi segni, ascendenti, archetipi ed anche in certi casi con i suoi destini astrali. Di modo che per alcuni gli struzzi di Einaudi o la coppia di Adelphi non sono solo delle icone libresche, ma dei totem, degli stili. Dei veri e propri oroscopi tipografici, capaci di incarnare il destino, il DNA e il gusto di un editore e del suo pubblico. Un abbecedario originale e documentato dal 1455 fino ai secoli più recenti che Tuzzi raccoglie in 100 voci che all’esattezza della ricerca alternano la poesia delle descrizioni, dei significati, della forma. Un libro per veri appassionati della lettura, bibliofili e bibliomani che però grazie ad uno stile elegante e suggestivo può aprire ad ogni tipo di lettore uno squarcio rivelatorio sulle creature prese in oggetto sul loro mito e sul mondo dei libri (e sui suoi spesso trascurati protagonisti). Non è, infatti, una guida scientifica alle marche tipografiche quella che Tuzzi ha pubblicato, bensì un mosaico magico di divagazioni e dettagli «dall’Agnello alla Volpe» fino alla U di Unicorno, che illustra come questi simboli siano stati presi, scelti, replicati, prestati e riutilizzati nel tempo. Definendo un groviglio di vicende tra letteratura, bibliofilia e storia in cui si rilegge con raffinata eccentricità le icone animalesche dei libri e dei suoi inventori, cultori, maghi e artigiani.
Pensiamo al delfino attorcigliato all’ancora che, sotto il motto FESTINA LENTE (affrettati lentamente), distingue le edizioni di Aldo Manuzio, il principe degli editori-tipografi veneziani, quando a Venezia, nei primi anni del Cinquecento, si stampava un quarto dei libri europei. O alle combinazioni stravaganti, dalla croce, dal globo, da figure sacre, da simboli particolari come “il 4 dei mercanti” o da scudi araldici con le iniziali del tipografo, che hanno accompagnato le saghe editoriali della giovane Europa. Tutte storie e divagazioni sapientemente riannodate, cucite e intrecciate dall’autore. Così da delineare un bestiario fatto di api, cicogne, draghi e altri animali fiabeschi che rievoca con poche parole evocative e laconiche secoli di bibliofilia e scelte letterarie. Dai richiami imperiali e universali associati all’aquila alle innumerevoli virtù affidate agli stemmi col leone fino all’anatra, caratteristica degli incunaboli parigini di Jean Granjon. Un pantheon mitologico che innesta riferimenti cristiani (l’agnello, appunto, simbolo sacrificale e cristologico) o riferimenti ancestrali come il cervo, simbolo di nobiltà e innocenza, e il sincretismo della conchiglia, che passa dalla nascita di Venere per ereditare l’innocenza di Maria Vergine.
Regalando al lettore una sorta di viaggio privilegiato alle fonti della storia letteraria e bibliografica, che sembra un po’ un Simarillon dell’editoria, un po’ una guida galattica per bibliomani che oltre che a recuperare queste storie inaccessibili e renderle per giunta suggestive e poetiche, riesce a regalare al lettore un curioso pellegrinaggio nell’immaginario collettivo e fantastico della storia letteraria. In questo senso Tucci, colto romanziere e attento saggista, consegna con il suo Bestiario bibliofilo una vera e propria arca di Noè tipografica che salva e riscatta secoli di destini letterari, di vite di editori, di simboli tipografici salvati dal diluvio del tempo con uno forma da grimorio medievale capace di restituirne – tramite una fuga colta e dilettevole – il fascino e il mistero.
Articolo a cura di Francesco Subiaco




