Difesa e sostenibilità: affrontare un binomio delicato
Il dibattito sull’impatto ambientale delle attività umane ha raggiunto, negli ultimi anni, anche un settore storicamente considerato estraneo a qualsiasi considerazione di sostenibilità: la difesa. Se un tempo sembrava impossibile accostare le parole “esercito” e “ambiente”, oggi si discute, nelle sedi istituzionali, nelle alleanze internazionali, nei parlamenti e persino nei bilanci di alcune aziende produttrici di armamenti, della possibilità di rendere gli strumenti militari e le infrastrutture a essi connesse compatibili con gli obiettivi climatici globali. La domanda non è più se abbia senso farlo, ma fino a che punto sia davvero possibile, e soprattutto dove debba essere tracciato il limite tra ciò che può essere reso sostenibile e ciò che, per sua natura, non può esserlo.
Per affrontare seriamente questa discussione, è necessario distinguere con chiarezza tra le armi convenzionali – quelle che gli eserciti utilizzano per operazioni difensive o deterrenti nel rispetto delle norme internazionali – e le cosiddette armi controverse, come quelle nucleari, chimiche e biologiche, che sollevano problemi non solo ambientali ma anche morali, giuridici e strategici di ben altra portata.
Oggi la spesa globale per la difesa ha raggiunto livelli mai registrati prima. Secondo i dati pubblicati nel 2024 dal SIPRI, l’Istituto di Stoccolma per la ricerca sulla pace, la spesa militare mondiale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti, come prevedibile, restano al primo posto con quasi 1.000 miliardi, seguiti dalla Cina e dalla Russia. L’Europa, in risposta alla guerra in Ucraina e alla rinnovata centralità della NATO, ha aumentato in modo consistente i propri bilanci militari: la Germania ha oltrepassato i 110 miliardi, mentre l’Italia ha portato la propria spesa a più di 30 miliardi, destinandone una parte significativa all’ammodernamento delle proprie forze armate.
In questo contesto, parlare di sostenibilità non è più una questione accessoria o puramente teorica. Gli stessi strumenti di difesa convenzionale – come carri armati, velivoli da combattimento, navi da guerra, sistemi radar e missilistici – hanno un impatto ambientale considerevole: generano emissioni, consumano enormi quantità di energia, richiedono logistiche complesse e spesso poco efficienti. Tuttavia, proprio in questi ambiti, si stanno aprendo spazi concreti per rendere le attività militari meno impattanti, a partire dalla produzione, dall’approvvigionamento energetico delle basi, fino alla gestione dei rifiuti e al ciclo di vita dei materiali impiegati. Alcuni eserciti stanno già sperimentando veicoli a trazione ibrida, alimentazioni alternative, processi industriali più controllati e l’adozione di criteri ambientali nelle forniture. La strada è lunga, ma è possibile immaginare un’evoluzione che permetta, gradualmente, di ridurre l’impronta ambientale delle forze armate, senza comprometterne la capacità operativa.
Diverso, però, è il discorso quando si affronta il tema delle armi controverse. In questo campo, qualsiasi riflessione sulla sostenibilità è, per forza di cose, fuori luogo. Le armi nucleari, chimiche e biologiche non solo sono caratterizzate da un impatto ambientale potenzialmente catastrofico e non controllabile, ma sono anche vietate o fortemente limitate da un vasto sistema di trattati internazionali che ne riconoscono la pericolosità assoluta per l’umanità. La Convenzione sulle armi chimiche, il Trattato di non proliferazione nucleare, la Convenzione sulle armi biologiche e, più recentemente, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari rappresentano un patrimonio normativo fondamentale per la sicurezza collettiva, che non può essere aggirato in nome di alcuna innovazione “verde”.
Nel 2024, la sola spesa destinata all’ammodernamento degli arsenali nucleari nel mondo ha superato i 100 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno avviato un piano decennale da quasi 1.000 miliardi per rinnovare il proprio armamento strategico; la Russia ha continuato a investire massicciamente nelle sue capacità deterrenti, mentre la Cina ha incrementato il numero delle testate operative. A ciò si aggiungono episodi preoccupanti, come l’uso ripetuto di agenti chimici da parte delle forze russe in Ucraina, denunciati nel 2024 da numerosi osservatori indipendenti, con prove concrete e centinaia di casi documentati di contaminazione sul campo.
Di fronte a tutto ciò, non si può parlare di sostenibilità. Non si può pensare, neppure per un istante, che esista un’arma nucleare “ecologica” o un agente chimico “a basso impatto”. Sarebbe un cortocircuito culturale prima ancora che scientifico. La sostenibilità, per essere reale, deve poggiare su un fondamento etico. Non è solo una questione di anidride carbonica o materiali riciclabili: è una scelta di fondo che riguarda il rapporto tra mezzi e fini, tra tecnologia e responsabilità, tra potenza e umanità. E nessuna logica di deterrenza strategica può rendere eticamente accettabile l’uso, la minaccia o la giustificazione di armi capaci di cancellare intere popolazioni o compromettere irreversibilmente gli ecosistemi.
Una politica di difesa moderna può e deve interrogarsi sulla sostenibilità delle proprie attività e dotazioni. È un dibattito utile, legittimo, e anzi necessario, soprattutto in un’epoca in cui l’interdipendenza tra sicurezza, ambiente e diritti è sempre più evidente. Tuttavia, questa riflessione deve essere selettiva e onesta. Può includere gli armamenti convenzionali, purché sottoposti a criteri rigorosi di efficienza energetica, riduzione delle emissioni e trasparenza dei processi. Ma non può, in nessun caso, estendersi agli strumenti di distruzione indiscriminata, che restano, in ogni circostanza, incompatibili con qualunque nozione di sostenibilità degna di questo nome.




