Panetta rompe il silenzio: allarme debito, produttività e sostenibilità
Roma, 30 maggio 2025. Ore 10:30. Nella sede storica della Banca d’Italia, in via Nazionale, tutto si svolge secondo liturgie antiche: il Governatore sale sul podio, il pubblico si stringe in silenzio. Ma appena Fabio Panetta apre bocca, le formalità si frantumano. Nessuna celebrazione autoreferenziale, nessun compiacimento istituzionale. Le sue parole sono taglienti, pesano come macigni. “Il mondo è a un bivio”, dice. E forse è già troppo tardi per tornare indietro.
Le sue Considerazioni finali – prima uscita pubblica in questa veste, dopo l’addio di Visco – accompagnano la pubblicazione di tre documenti cruciali: la Relazione annuale sul 2024, la Relazione sulla gestione e sostenibilità e il Rapporto RISC su investimenti sostenibili e rischi climatici. Tre sguardi su un presente che, per Panetta, non lascia spazio alle illusioni.
Il commercio che divide, il dollaro che trema
Lo scenario che descrive è inquietante. Non è solo crisi economica, è mutazione geopolitica. I dazi americani introdotti ad aprile non sono l’inizio, ma il culmine di una lunga deriva: la fine del multilateralismo, l’esplosione del protezionismo, il ritorno della forza sulle regole. “Il commercio – avverte – da motore di integrazione rischia di diventare fonte di divisione e instabilità politica”. E questo cambia tutto.
L’annuncio dei dazi ha fatto sobbalzare i mercati, risvegliando vecchi fantasmi. Ma stavolta c’è un’anomalia: il dollaro non si è rafforzato, come avvenuto in passato. È il prezzo dell’oro ad aver segnato nuovi massimi, mentre i titoli di Stato USA si sono indeboliti. Un segnale che, per chi sa leggere il linguaggio dei mercati, suona come un campanello d’allarme sul ruolo futuro della valuta americana.
Disuguaglianze, povertà e debito: il prezzo della globalizzazione sbagliata
Nel lungo passaggio sulle tensioni internazionali, Panetta scava a fondo. Le guerre commerciali, dice, sono anche figlie di un malcontento più profondo: quello di intere fasce di popolazione che si sentono tradite dalla globalizzazione. Negli Stati Uniti come in Europa, cresce la percezione che il libero scambio abbia arricchito pochi e impoverito molti. E intanto, nei Paesi poveri, il debito strangola lo sviluppo: “Oltre la metà delle economie a basso reddito è in condizione di vulnerabilità acuta”, avverte.
Cita il meccanismo del G20 per la ristrutturazione del debito, praticamente inutilizzato. Lancia un appello alla cooperazione, perché “una crescita condivisa è impossibile senza giustizia economica”. È un richiamo che va ben oltre i numeri: è una visione politica.
Europa smarrita, Italia alla prova del fuoco
Poi si torna a casa. Panetta parla di un’Europa che arranca, col motore tedesco in panne, la produttività ferma, la competitività minacciata da energia cara e ritardi tecnologici. La moneta unica ha retto l’urto delle crisi, ma ora serve molto di più: serve un modello di sviluppo nuovo, basato su “autonomia strategica” e “investimenti comuni”. Non bastano slogan: servono risorse. “Ottocento miliardi l’anno fino al 2030”, dice. Una cifra che toglie il fiato.
L’Italia, in questo contesto, sorprende. Crescita moderata ma reale, disoccupazione in calo, Mezzogiorno in ripresa, boom dell’occupazione e dei servizi. Ma è una ripresa fragile, perché la produttività resta stagnante. “La manifattura tiene – spiega Panetta – ma soffre la concorrenza globale e paga un caro energia insostenibile”. Il Paese ha retto l’urto delle crisi grazie a riforme post-2011 e al PNRR. Ora si gioca la partita vera: consolidare il cambiamento.
Il debito: la spada di Damocle sul futuro
Il tema del debito attraversa tutto il discorso come una linea rossa. L’Italia è uscita dalla fase emergenziale, ha recuperato avanzo primario e migliorato i saldi, ma resta sotto la lente. “Il debito elevato limita i margini di manovra – ammonisce – e nei prossimi anni ci saranno pressioni enormi: spesa sociale, transizione verde, difesa europea”. Senza una crescita stabile e inclusiva, il risanamento sarà impossibile.
La proposta è chiara: consolidamento graduale, ma credibile. “Serve consenso sociale – insiste – altrimenti nessuna politica fiscale sarà sostenibile”. Le parole “equità” e “fiducia” tornano come un mantra.
Crisi climatica, big tech, cripto: la nuova frontiera del rischio
Nelle ultime pagine del discorso, Panetta apre il focus sulla finanza sostenibile e i rischi climatici. Il Rapporto RISC lancia l’allarme: servono investimenti sostenibili ora, prima che il riscaldamento globale si traduca in crisi sistemiche. La transizione va fatta, ma “deve essere socialmente giusta e compatibile con la competitività”.
Poi il colpo d’occhio sulle criptoattività: uno spazio dove la deregolamentazione si è trasformata in far west finanziario. “Bitcoin e affini – dice – espongono i risparmiatori a rischi enormi”. Chiede una regolazione globale, ma soprattutto investe sulla formazione: “Dobbiamo rafforzare le competenze finanziarie dei cittadini”. L’euro digitale? “È la risposta istituzionale che può proteggere la sovranità monetaria”.
Una visione: più Europa, più giustizia, più futuro
Il discorso si chiude con un monito e una speranza. “L’ordine multipolare che avanza non può basarsi solo su rapporti di forza”, dice Panetta. E richiama l’Europa alla responsabilità: “Siamo ancora un baluardo dello Stato di diritto. Ma non possiamo permetterci di restare fermi”. L’invito è a “navigare nell’incertezza senza rinunciare ai nostri valori”.
Le sue parole non sono solo quelle di un banchiere centrale. Sono l’intervento politico – nel senso più alto – di chi sente sulle spalle il peso di una transizione storica. Lo dice a bassa voce, ma con chiarezza: se non agiamo adesso, se non cambiamo le regole del gioco, non basteranno le prossime Considerazioni finali per raccontare quello che avremo perso.




