“Le bugie delle mappe” di Paul Richardson
Nel suo nuovo libro Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia (Marsilio Editori), Paul Richardson — professore associato di Geografia umana all’Università di Birmingham — ci presenta il mondo secondo una nuova luce. L’autore parte infatti dall’assunto che le carte geografiche, specialmente quelle politiche, che sin dai primi anni di scuola prendiamo come legge, sono frutto di invenzioni, miti, false narrazioni. Sono esattamente al pari delle mappe antiche, che piazzavano ai confini del mondo mostri e creature leggendarie.
La modernità è infatti governata da nuove leggende. Richardson ne individua otto e le esplora con uno stile asciutto, chiaro ma approfondito: i continenti, i confini, le nazioni, la sovranità, la misurazione della crescita (ricchezza, salute, felicità), l’espansionismo russo, la Nuova Via della Seta Cinese, l’Africa destinata a fallire.
Ma perché tutte queste nozioni, che costituiscono la base delle discipline che impieghiamo per conoscere il mondo, sono miti? In primo luogo, perché l’essere umano ama e da sempre insegue il mito, usandolo come mezzo interpretativo e conoscitivo primario. Il mondo è per natura incomprensibile, per quanto avanzate possano essere le scienze a cui ci affidiamo, per categorizzare ciò che osserviamo.
Le nozioni di continente, nazione, confine non sono altro che prigioni imposte dall’alto, nonché la causa di tutti i conflitti e problemi del globo.
Richardson spiega che il problema centrale è che il mondo non è statico, come le mappe cercano di far credere con le loro linee severe, ma è fatto di flussi e movimenti inarrestabili. La stessa terra su cui camminiamo è fatta di placche tettoniche che sono attualmente in movimento, in un perpetuo flusso di avvicinamento e allontanamento.
Se tra milioni di anni il mondo sarà diverso, a cosa serve una rappresentazione così immobilistica e divisiva, se non a facilitare il controllo e l’esercizio del potere?
Lo storico David Ludden, citato dall’autore stesso, riassume egregiamente questa visione, affermando che siamo arrivati a immaginare che la mobilità sia l’attraversamento delle frontiere, come se prima venissero le frontiere e poi la mobilità. È vero il contrario.
Richardson afferma che bisognerebbe rifarsi alle mappe delle rotte di volo o dell’inquinamento luminoso — “mappe che indicano attività”, per rappresentare il mondo in maniera più fedele.
Oggi i miti delle mappe si fanno strada fino al palmo della nostra mano, grazie a Google Maps, per certi versi sono diventati una nostra estensione artificiale.
Ciò che l’autore cerca però di dimostrare è che i miti odierni sono anacronistici, stonano con il nostro tempo. Un periodo storico in cui è più che necessaria la ricerca di una nuova sintonia con il Pianeta, perennemente minacciato da nuove crisi.
Il primo passo per superare le difficoltà della nostra epoca è superare le linee finte e forzate delle mappe con cui rappresentiamo il mondo, sfruttando il cambiamento e capovolgendo il punto di vista. E questa è la sfida più grande.




