Garlasco: riapre il caso, non si riapre la memoria
Chiara Poggi è morta due volte. La prima, la mattina del 13 agosto 2007, sulle scale della villetta di famiglia a Garlasco, col cranio fracassato da un oggetto che la giustizia italiana non ha mai identificato. La seconda, lentamente, negli anni successivi, tra perizie cancellate, prove trascurate, testimoni mai ascoltati e una sentenza di condanna che, più che una certezza, pareva un’ammissione di sfinimento.
Condannato: Alberto Stasi, il fidanzato. Colpevole per la Corte, innocente per due gradi di giudizio precedenti. Condannato nel 2015 a 16 anni, tra i sospiri di chi ormai voleva solo “chiudere il caso”. Ora, dieci anni dopo quella sentenza, il caso si riapre. E lo fa nel modo peggiore: smentendo tutto e tutti.
Il protagonista del nuovo capitolo si chiama Andrea Sempio, all’epoca amico del fratello di Chiara. Fino a pochi mesi fa, un nome come tanti nei fascicoli del passato. Oggi, nome e cognome spuntano nei tabulati, sulle scale della casa, e sotto le unghie della vittima. Non in senso figurato: proprio tracce di DNA, attribuite a lui, e un’impronta di mano sulla rampa dove Chiara cadde — o fu trascinata.
Ora: immaginiamoci che questa storia accadesse altrove. In Germania, in Francia, perfino in una serie Netflix. L’avrebbero ribaltata in una settimana, riesaminato i reperti, arrestato il nuovo sospetto, e magari anche chiesto scusa al condannato. In Italia, invece, si preferisce l’approccio “spolvera il faldone, ma non alzare troppa polvere”.
La riapertura è avvenuta a marzo 2025. La Procura di Pavia, messa davanti a nuove analisi del RIS e a un test genetico che indica Sempio, ha dovuto chinare il capo: “Abbiamo sbagliato persona?” Forse. Ma attenzione, che in questo Paese la revisione è più temuta dell’errore.
Intanto Sempio, convocato per essere interrogato, non si presenta. Motivo? La notifica non è arrivata. Tipo le bollette. Solo che qui non parliamo di luce e gas. Parliamo di sangue. E mentre la burocrazia fa perdere il treno alla verità, la stampa riscopre dettagli che erano lì, a prender polvere. Come quel rapporto del consulente di parte che già nel 2016 urlava: “C’è DNA non di Stasi”. All’epoca, ignorato.
Il fratello di Chiara, Marco Poggi, difende l’amico Sempio: “È impossibile che c’entri.” Una frase che suona sincera. Ma quante volte abbiamo sentito dire “è impossibile” in questi 18 anni? E quante volte il contrario si è dimostrato vero?
Resta da capire perché Sempio sia entrato nella casa. Se l’ha fatto. E quando. Perché quei segni sulle scale, quella traccia di DNA sotto le unghie, non sono souvenir d’amicizia. Se si fosse ferito? Se fosse entrato dopo? E come mai nessuno lo ha interrogato a fondo allora?
Ecco il punto: la giustizia italiana ha trattato il caso Garlasco come una polizza assicurativa. Basta chiuderlo, archiviare, tirare una riga e voltare pagina. La verità? Una voce a margine, buona per i documentari su Rai 3.
Intanto Alberto Stasi sta scontando la pena. Colpevole, dice la Cassazione. Ma con un nuovo sospettato e nuove prove, il rischio ora è di avere un colpevole comodo e un colpevole vero. O magari nessuno dei due. Perché questa è la tragedia: dopo 18 anni, ancora non sappiamo cosa sia successo davvero.
Il processo di revisione potrebbe aprirsi, ma il condizionale è d’obbligo. Perché in Italia la revisione è vista come una minaccia all’autorità, non un rimedio all’errore. Meglio un colpevole certo che un dubbio giustificato.
E così Chiara Poggi resta lì, schiacciata non solo da un assassino che ancora non ha nome, ma da una macchina giudiziaria che funziona come una calcolatrice con le pile scariche. Ti restituisce un risultato, ma non è detto che sia quello giusto.




