Le foreste come maestre di vita. Gli Stati Uniti e le ultimissime tracce sulla tutela della diversità.
Esiste, nel mondo ben lontano da qui, una foresta pluviale tropicale unica e affascinante, candidata più volte a essere inserita tra le Sette Meraviglie del Mondo e Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO: si chiama “El Yunque”. Definita come un vero paradiso tropicale, la sua natura è lussureggiante e la sua biodiversità è incredibile. È l’unica foresta caraibica ad essere protetta dal sistema forestale nazionale degli Stati Uniti, nonostante ultimamente siano stati criticati per alcune decisioni drammatiche e poco sagge.
La foresta è famosa per le sue indomabili cascate, i suoi ruscelli, la varietà di verde e la freschezza del suo ambiente, nonostante il caldo che caratterizza Porto Rico. La foresta prende il nome dal suo monte. Una delle tante foreste dell’America, l’unica autentica America che in questo momento riusciamo a concepire tale. Uno dei tanti polmoni da tutelare e proteggere, da cui prendere esempio, perché vivere come una foresta potrebbe essere il segreto della giovinezza eterna: vivere come una foresta, forse, è l’unico modo di vivere appieno la vita, in questo lungo ma breve viaggio che andrebbe fatto in maniera autentica, proprio come ci appare la natura.
Abbiamo nominato questa foresta perché è sotto la tutela degli Stati Uniti, nonostante sia straniera, nello stesso giorno in cui il presidente americano ha chiuso l’università di Howard agli studenti stranieri, lanciando al mondo un altro suo messaggio. Allora, vogliamo ricordare come ci si debba prendere cura delle cose preziose, anche lontane dalla nostra casa, e come non si debba mai scordare che la diversità è una ricchezza.
Se oggi imparassimo a pensare come una foresta, impareremmo a cedere il controllo, ad abbandonarlo e a comprendere che non è di nostro dominio. Impareremmo a sentire una goccia che cade, una radice che si spezza, un lento carosello connesso con il mondo. Non passeremmo ore a scrivere su post-it sparsi per casa quanto grati e buoni siamo col mondo, o come stato sui vari social. Ma impareremmo ad esserlo. Non ad apparire, ma ad essere.
Un albero da solo muore, ma intorno a una rete di alberi che si fondono insieme, vive. Impareremo a capire che ogni nostro gesto, seppur piccolo, tocca qualcuno o qualcosa, anche se non la vediamo. La foresta percepisce i cambiamenti della luce e resta aperta anche quando soffre, non si chiude al mondo, ma resta lì. Si apre al fuoco e rinasce, si apre alla pioggia e si asciuga, si apre al sole e si bagna ancora, abbandonando ogni mania di controllo ed è. Ogni albero che cade diventa una nuova parte della foresta, ogni ferita diventa una nuova cosa, e ogni fine ha qualcosa da offrire ancora. Ogni radice racconta ciò che il tronco di un albero non dice; impossibile nasconderle. I rami crescono, si espandono e quando non vanno più bene per il tronco, si spezzano e vanno lasciati andare, come degli addii, dei rapporti finiti, delle situazioni chiuse.
Sono le radici invece che restano, perché non puoi scappare da dove sei nato, da chi sei, dalle prime piogge che hai preso, dai primi rumori che hai ascoltato. E quello che non va bene più sopra il tuo tronco, quello che il tuo tronco non può più sostenere, l’albero della foresta lo lascia andare. La foresta lascia che la vita la attraversi, si apre ai cambiamenti, non dimentica le proprie radici, ma non trattiene rami che non lo nutrono più. La natura è la più grande maestra di vita, le foreste sono un potente insegnamento da tutelare e proteggere. Abbiamo preso come esempio questa meravigliosa foresta pluviale di Porto Rico in quanto tutelata dagli Stati Uniti, una delle poche cose straniere che non ha escluso, fino ad ora. Ma ogni foresta è una maestra. Che oggi ci guarda e inorridisce.




