Il Portogallo torna al voto per la terza volta in tre anni: storia di una democrazia europea che sa di Gattopardo
Il Portogallo è tornato alle urne domenica 18 maggio per eleggere i 230 deputati dell’Assemblea della Repubblica, il parlamento monocamerale del Paese. Si tratta delle terze elezioni anticipate in poco più di tre anni, ulteriore testimonianza di una generalizzata crisi politica prolungata e irrisolta. Questo meccanismo è alimentato da un’instabilità cronica e da alcuni scandali che hanno minato la fiducia nei governi succedutisi.
L’ultimo esecutivo, guidato da Luís Montenegro, è caduto dopo appena un anno. Il premier si è visto costretto alle dimissioni per non aver superato un voto di fiducia da lui stesso richiesto. Ciò nel tentativo di respingere le accuse di conflitto d’interessi legate alla società di consulenze private Spinumviva, di proprietà della sua famiglia.
Per via della sua stessa conformazione, il sistema proporzionale portoghese — che, da buon proporzionale puro, premia la rappresentatività più che la governabilità — continua a generare un panorama frammentato, rendendo difficile la formazione di maggioranze stabili. Per ottenere una maggioranza assoluta di sedute in parlamento, un partito deve raggiungere almeno il 42% dei voti, soglia che nessuna forza politica ha raggiunto.
La sfida elettorale appena conclusa vede comunque in testa la coalizione di centrodestra già al governo con Montenegro, Alleanza Democratica, ancora prima forza politica. I risultati sono oltre il 32% dei consensi, oltre 4 punti percentuali più della scorsa volta, ma anche in questo caso troppo lontana dalla maggioranza. Segue il Partito Socialista al 23%, il quale, ironia della sorte, ha invece perso proprio gli stessi 5 punti percentuali rispetto agli ultimi risultati ottenuti. In terza fila Chega – l’estrema destra portoghese, essendoci ormai una “estrema destra” per ogni nazione. Questo spesso finisce con il coincidere con una qualsiasi destra nazionale, colpevole solo di non avere altri seduti più a destra – con il 22,9% dei voti, realizzando una significativa crescita. Infine altre forze minori, tutte figlie di una frammentata sinistra radicale, chiudono al di sotto del 6%.

Foto: EMBAIXADA DE PORTUGAL
Il tasso di astensione, dato nelle prime proiezioni tra il 41,5% e il 47,7% sarebbe stato il più alto degli ultimi anni. Sembra invece essersi attestato in una forchetta di pochi punti percentuali superiori al 40%. Questo andamento è piuttosto in linea con l’ultimo dato elettorale che registrò il 40,1% di astenuti. Scongiurata la paura del primato negativo, non si può girare ancora la testa dall’altro lato. Ciò anche per evitare una rotazione completa a mo’ di esorcista. Il primo vero risultato del voto sembra essere la stanchezza elettorale dei portoghesi, chiamati alle urne per la terza volta in un arco di tempo eccessivamente ristretto. Nonostante gli appelli alla partecipazione, l’affluenza ai seggi conferma un crescente disincanto verso la politica istituzionale.
In attesa dei risultati definitivi, consci che questi non potranno essere distanti dai dati finora diramati (manca solo lo spoglio delle schede arrivate dall’estero), la sensazione condivisa non è positiva. C’è il presentimento che anche questa tornata elettorale difficilmente riuscirà a sbloccare l’impasse istituzionale. Questo meccanismo ormai da tempo condiziona la politica portoghese, tenuta in scacco da una condizione d’immobilismo che, come spiegherebbe Tancredi, continua a cambiare lasciando tutto com’è.




