Che l’autarchia digitale cinese abbia inizio: lanciato HarmonyOS Next

La cultura informatica, per come siamo abituati a conoscerla, trema davanti alla rivoluzione cinese ed il suo prodotto foriero di un nuovo paradigma software. La Cina annuncia ufficialmente il lancio del sistema operativo HarmonyOS Next, non solo prodotto del progresso, ma vero e proprio manifesto politico di una autarchia digitale che torna a polarizzare il globo. Per cogliere a pieno la portata della situazione, è opportuno volgere lo sguardo al passato, quando nel 2019 il presidente americano Donald Trump dichiarava guerra al colosso informatico cinese Huawei, escludendolo dall’ecosistema Android e tacciandolo di minaccia per la sicurezza nazionale.
Da lì il grande bivio: piegarsi alla prepotenza americana o concorrervi in parallelo. Sono passati sei anni e la corsa all’eccellenza sembra aver informato il lungo e soprattutto costoso percorso cinese, che si ritrova oggi a lanciare il primo personal computer dotato esclusivamente di HarmonyOS Next, privo di qualsiasi traccia di Windows o Linux. La portata dell’innovazione la si coglie al meglio considerando come HarmonyOS Next non sia semplicemente un derivato di Windows, ma un sistema operativo riscritto completamente da zero, la cui unità fondamentale -il kernel- non si basa su Linux ma su un micokernel ontologicamente e indissolubilmente interno a Huawei.
Il modulo si informa ai principi di snellezza operativa, ottimizzazione delle prestazioni e sicurezza, dichiarando una riduzione di circa il 50% delle falle operative riscontrati nei sistemi tradizionali. Senza soffermarci ora sulla portata rivoluzionaria di un kernel che, a differenza di quelli ibridi, ingloba le funzioni strettamente necessarie, rinviando per il resto a moduli esterni, possiamo invece porre l’attenzione su questo processo di decoupling che sta sempre più allontanando l’Oriente. Il lancio di HarmonyOS Next rappresenta il sostrato per una reale e, ad oggi, percettibile indipendenza cinese anche sul versante informatico, limitata nel passato dalla dipendenza da software occidentali, ma della cui necessità si fa oggi punto interrogativo.
Siamo ovviamente dinnanzi ad un primo, sia pur fondamentale, tassello in questo percorso di emancipazione, se non altro in attesa di individuare la diffusione che questo sistema operativo sarà in grado di raggiungere. La politica cinese non è certo nota per il liberismo, e questo conforta allora una diffusione interna che già ha interessato i centri nevralgici dell’apparato statale cinese, dalle scuole ai centri di ricerca, passando per le industrie. Un riscontro positivo da parte di altri colossi come Lenovo, Xiaomi, Honor, catalizzerebbe senz’altro gli effetti dell’innovazione, portando buona parte del continente asiatico a cambiare il paradigma operativo che ha connotato questi decenni di sviluppo informatico.
I nodi ancora da sciogliere fanno tutti perno sulla incompatibilità a molte applicazioni, come anche dispositivi, di cui ordinariamente i professionisti si avvalgono nei più disparati settori, che priverebbe di particolare appeal HarmonyOS Next al di fuori dei confini cinesi. Se dovessimo allora interrogarci su una effettiva concorrenza al modello occidentale, ad oggi la risposta tenderebbe ancora in senso negativo, ma resta il fatto che questo sistema operativo si inserisce in un contesto di autarchia orientale che prima sul versante digitale, e poi su quello economico, porta avanti quella che potremmo definire la guerra del terzo millennio. Se si tratti di un tentativo destinato a rimanere tra le righe di questo articolo, o se realmente foriero di una polarizzazione informatica, si incaricherà il tempo di svelarlo, ma resta per ora il dato rivoluzionario per cui il monopolio digitale della Silicon Valley sembra venir incrinato dall’industria delle tecnologie cinese.




