Rimbaud: Poeta nel Deserto – L’ultima opera africana di un genio annoiato
Sotto l’ardente sole africano si consumò l’ultimo capitolo della vita di Arthur Rimbaud, il fanciullo prodigio che stravolse la poesia francese solo per abbandonarla nel fiore della giovinezza. Maturazione artistica non pervenuta, un lampo di genio…Rimbaud fu gloria.
Dopo una spirale di vagabondaggi, nel 1880 il poeta ventiseienne approdò ad Aden, nello Yemen, e poi ad Harar, in Etiopia, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni prima del ricovero a Marsiglia. Rimabaud: il bambino prodigio che divenne commerciante d’armi, impresario ed esploratore.
L’Africa rappresenta l’opera, il battito di vita più estremo e più enigmatico di Rimbaud.
In Scioa. L’Africa di Arthur Rimbaud (Magog, 2024), siamo chiamati a sognarlo e ridisegnarlo Arthur nella nostra mente, questo Rimbaud africano, mentre s’inoltra nelle grandi piogge, ascolta l’urlo delle iene e prova a lottare non tanto contro i leoni ma contro la Noia. Il prodigio ha scelto di non scriversi più; solo lettere “umane” e mirate; stavolta siamo noi a dover trovare in lui la poesia.
Il vagabondo dell’anima
“Non pensate che il mio umore sia meno propenso al vagabondaggio, al contrario, se potessi viaggiare lavorando per guadagnare il giusto, non starei fermo due mesi nello stesso luogo. Il mondo è vasto, pieno di magnifiche contrade che mille esistenze non bastano a visitare tutte”.
Questo è Rimbaud nel 1885 rivolgendosi alla sua famiglia.
Eppure, quest’anima irrequieta rimase ancorata per anni nelle terre etiopiche, tormentato da un’insaziabile, perpetua, asfissiante ed esistenziale noia.
“Mi annoio molto, sempre. Non ho mai conosciuto uno che si annoi quanto me”
Il suo animo ribelle si mostra in questa contraddizione: radicato fisicamente in Africa ma sempre in fuga da se stesso e dalla propria arte. L’invisibile e fissa dinamicità del poeta.
Dei suoi libri non gli importava praticamente più nulla, della sua nomea, del suo vecchio io. Non chiese mai informazioni.
L’avventuriero dello Scioa
Era il 1885 e Rimbaud intraprese una sorta di suicidio commerciale, recarsi da Menelik II, re dello Scioa e vendere un carico di fucili datati.
L’impresa: vecchi Remington, cartucce, cammelli e vari cammellieri.
Fu durante questo viaggio che, nell’inverno del 1887, ad Ancober, incontrò Jules Borelli, compatriota ed esploratore con l’avventura nelle vene. I due legarono: insieme verso Entoto, alla corte del re Menelik II, per lavoro: svendere le armi. Insieme poi di ritorno verso Harar. Per mesi condivisero sentieri impervi, notti infestate da iene e leoni, pericoli e silenzi. Condivisero battiti: vita.
Il crepuscolo del poeta
Nel 1891, già ricoverato a Marsiglia al ginocchio destro, si rivolse al Ras Maconnèn, avvisandolo che presto sarebbe tornato in Harar per lavoro o per mancanza di vagabonda noia. Ricevette risposta dal sovrano: un telegramma. Ma al genio selvaggio fu amputata la gamba.
Nell’ultima lettera, seppur paralizzato chiese di essere imbarcato verso Suez e Aphinar, con destinazione assolutamente ignota. Era il novembre del 1891.
Così si spense, come una fiamma divorata dalla propria intensità, troppo fuoco in così poco tempo. L’uomo che aveva detto: “Il mondo è vasto, pieno di magnifiche contrade che mille esistenze non bastano a visitare.”
Bruciò mille vite in una sola.
L’Africa fu l’ultima poesia non scritta di Rimbaud – scritta non con l’inchiostro del poeta ma con il sudore del calore africano, il sangue e i silenzi di una vita consumata tra le dune, sotto cieli stranieri, in cerca di quella libertà che aveva inseguito fin dal principio.




